2 gennaio 2007

Una classe un po' numerosa.......

Siamo a Versola, negli anni attorno al 1920. La fotografia ritrae una classe di scuola elementare: al centro la maestra, attorniata dai suoi studenti, ben 57, tutti ragazzi delle frazioni di Versola e Toplecca. La datazione della fotografia è resa possibile dalla presenza di due bambini, il primo a sinistra in basso ed il primo, sempre a sinistra, della quarta fila. Si tratta di Giovanni Piagneri e di Alfredo Lisoni, che pochi anni dopo moriranno, il 2 agosto 1927, in Logarghena, assieme a due amici - altri due rimasero feriti gravemente - per lo scoppio di un proiettile lassù rimasto inesploso dopo alcune esercitazioni militari. Alla data della loro morte Alfredo Lisoni aveva sedici anni e Giovanni Piagneri quattordici.
Fra i tanti bambini, oltre ai due già citati, alcuni sono riconoscibili: Pietro e Rino Serati, Umberto Zani, Amedeo Pasqualetti, Cleto, Francesco, Sabina, Angelica e Maria Piagneri, Maria Lisoni, Ada Gaulli, Emma e Luigi Piagneri Serati, Albina ed Amelia Bertocchi, Gelsomina Farfarana, Mario Lisoni, Angelo Caffoni.
Sono interessanti alcuni dettagli, fra i quali la chiodatura delle scarpe messa in bella evidenza dalle bambine e dai bambini in prima fila, la foggia degli abiti (ci sono tre bambine - una in prima, l'altra in seconda e l'ultima in terza fila - che indossano abiti confezionati con lo stesso tessuto), la diversità dell'età (si trattava sicuramente di una pluriclasse (prima, seconda e terza elementare), ma occorre aggiungere che in quegli anni non erano pochi coloro che ripetevano classi nelle elementari, dal momento che il tempo della scuola era quello che rimaneva dal lavoro dei campi, dal quale nessuno, all'interno della famiglia, poteva essere esentato.
Un'ultima notazione: il numero dei bambini era alto certamente, ma le disposizioni consentivano classi fino a cento studenti...

27 novembre 2006

La Settimana Santa in Valdantena

Presentiamo un ricordo relativo ad un momento significativo dell'anno liturgico, la Settimana Santa, così come questa era vissuta negli anni Trenta-Quaranta del secolo scorso. Questo contributo è stato pubblicato sul numero 2006 della rivista "Studi lunigianesi", edita dall'Associazione Culturale per le ricerche storiche ed etnografiche sulla Lunigiana "Manfredo Giuliani". La rivista, pubblicata da diversi anni, ed il Museo Etnografico di Villafranca Lunigiana rivestono un ruolo di grande importanza per chi intende avvicinarsi allo studio del territorio lunigianese, della sua storia e delle sue tradizioni.


Già durante la Quaresima, nelle famiglie ci si preparava per i riti cristiani della Settimana Santa e della Pasqua. La parrocchia di Valdantena è alquanto disagiata per la distanza che vi è fra alcuni paesi e la chiesa; nonostante questo la partecipazione alla Via Crucis era molto sentita, come pure alla sera, durante la recita del Rosario non si trascurava di aggiungere una preghiera per le cinque piaghe di Gesù e per i sette dolori della Madonna.
La Domenica delle Palme il Parroco bussava per tre volte alla porta della chiesa ed all’interno lo ricevevano i fedeli che lo accompagnavano all’altare con inni di gioia, acclamando “Osanna al Figlio di David” e tenendo fra le mani ramoscelli di ulivo. Con questa cerimonia si voleva ricordare l’ingresso trionfante di Gesù in Gerusalemme. Il pomeriggio della domenica dopo i Vespri e una parte del lunedì erano riservati alle confessioni e comunioni. Il Sacerdote era coadiuvato dai confratelli provenienti dalle parrocchie vicine.
Il Mercoledì in mattinata i fabbricieri preparavano il “Sepolcro” aiutati anch
e da alcune donne della parrocchia, le quali già durante la Quaresima avevano seminato in diversi vasi le veccie, il frumento e l’orzo. Quindi li lasciavano crescere al buio, affinché le piantine prendessero un colore innaturale, quasi bianco. Ai lati del Sepolcro ponevano due piante di ginepro abbellite con tante roselline di carta di vari colori. Non era ricco di tanti fiori pregiati come ai giorni attuali, ma pur sempre preparato con tanta dedizione ed amore.
Il Mercoledì pomeriggio iniziavano i riti, ai quali i fedeli erano richiamati dal suono delle campane, non ancora messe a tacere in segno di mestizia.
Al mattino del Giovedì Santo molti fedeli si recavano a Pontremoli per assistere, durante la Messa Crismale, alla consacrazione degli Oli ed al lavanda dei piedi. Vi si recava pure un fabbriciere, che prendeva in custodia le preziose ampolle con gli Oli Santi, da consegnare al Parroco. Secondo la liturgia di allora, il Giovedì iniziava la rievocazione della crocifissione e della morte di Gesù. Le campane in segno di mestizia non facevano più sentire la loro voce (venivano legate); per richiamare la gente alla chiesa veniva usata o una grossa conchiglia, soffiando nella quale si emetteva un suono che si poteva udire anche da lontano, o il “graclòn”, cioè una grossa raganella in dotazione alla parrocchia e che veniva adoperata soltanto durante la Settimana Santa.
Verso le 17.30 iniziava la funzione con il canto del Passio, per il quale i cantori si dividevano le parti. Su di un candeliere a triangolo situato vicino all’altare vi erano delle candele accese ed alla fine di ogni salmo o di una parte degli Atti degli Apostoli ne veniva spenta una. Spenta anche l’ultima si “batteva Pilato”, cioè iniziava una gran confusione - per sottolineare la condanna di Gesù e la sua crocifissione - accompagnata dal gracchiare delle raganelle (gracle), che tanti ragazzi si erano costruiti durante la Quaresima. Subito dopo il Parroco scendeva dall’altare maggiore fino al Sepolcro per deporvi l’Ostia consacrata, che lì sarebbe rimasta per tutto il Venerdì e fino alla tarda mattinata del Sabato.
Il Venerdì Santo era doveroso rispettare l’antica tradizione del digiuno e cibarsi di vivande senza carne, uova o latticini. A mezzogiorno si mangiava baccalà o verdura conditi con poco olio; alla sera la “minestra da magro”, preparata con porri, fagioli, funghi secchi e taglierini fatti in casa.
Di buon mattino ci si recava in parrocchia per la visita al Sepolcro e, per acquistare l’indulgenza, si usciva ed entrava in chiesa per sette volte ripetendo le preghiere tradizionali. Al termine della funzione religiosa ci si toglieva le scarpe e, procedendo in ginocchio, si raggiungeva l’altare per adorare una croce spoglia posta ai suoi piedi. Nello stesso giorno alcuni uomini della parrocchia, avendo indossato il camice e reggendo a vicenda una croce, si incamminavano pregando lungo le antiche strade per visitare le sette chiese della vallata: Casalina, Pracchiola, Gravagna S. Bartolomeo, Gravagna S. Rocco, Cavezzana d’Antena, Montelungo, Cargalla e - da qui - di nuovo a Casalina. Venivano chiamati “penitenti” o “battenti” e la loro non era una camminata da poco, perché percorrevano diversi chilometri. Lungo la strada si incrociavano con penitenti di altre parrocchie che facevano il cammino inverso.
Assai commovente era la funzione della sera. Tanta gente accorreva anche dai paesi vicini; come la sera prima i cantori si alternavano recitando il Passio. Spenta l’ultima candela di nuovo si “batteva Pilato”. Sopra la porta della canonica vi era un grande pulpito in legno, verso il quale era rivolta l’attenzione di tutti, in attesa del predicatore invitato per l’occasione. Quando questo aveva tenuto l’omelia con i passi salienti della Passione e Morte di Gesù, si era ormai fatto buio ed iniziava la grande processione del Venerdì Santo, con le statue del Cristo Morto e della Madonna Addolorata. Lungo il percorso della processione vi erano dei lumini accesi, ma erano suggestive soprattutto le luci delle case dei paesi vicini lasciate appositamente accese. Il chiarore delle torce, il fumo acre che queste sprigionavano, il canto del Miserere e di altre preghiere mettevano nel cuore una struggente tristezza.
Il Sabato Santo, secondo un’antica usanza, il fuoco veniva acceso sul sagrato utilizzando un acciarino. Entrati in chiesa iniziava la preparazione per la benedizione dell’Acqua Santa, che poi sarebbe rimasta a disposizione per la parrocchia e per le famiglie che l’attingevano per portarla a casa in segno di fede. Iniziava subito dopo la S. Messa ed al Gloria le campane di tutta la vallata suonavano a distesa. Il Parroco toglieva dal Sepolcro l’Ostia consacrata e la riportava processionalmente sull’altare maggiore, lasciando la porticina del tabernacolo del Sepolcro aperta. Cristo era risorto! Chi era rimasto a casa correva alla fonte per bagnarsi gli occhi. Nei vasi già predisposti si seminavano il basilico ed altre qualità di semenze. Dopo cena era la gioia dei ragazzi che con tanta cura si erano preparati un’erba speciale. Questa, essiccata e ben triturata, veniva messa in pentola assieme alle uova che, fatte bollire, riuscivano di un bel rosso brillante. Le famiglie più agiate ai figli maschi ne davano anche una decina (meno alla ragazze!), comunque non vi era famiglia nella quale al sabato sera non si provvedesse alla tradizionale tintura delle uova.
Il giorno di Pasqua, non più Passio, non più mestizia. Tutti gli altari, che nei giorni precedenti erano spogli, venivano adornati di fiori. Il Sepolcro è stato smontato. E’ primavera. Sembra che anche la natura si inchini all’esultanza della Chiesa. Il parroco indossa i paramenti più belli. La Messa è solenne.
Durante il giorno i ragazzi giocano a “cocetta” con l’avversario, litigandosi le uova che vincono battendole contro le altre dal guscio più fragile. Dopo i vespri era consuetudine recarsi nei campi a raccogliere il tenero radicchio, che a sera veniva consumato in famiglia come contorno alle uova sode.
Celide
Nella foto: Casalina, dove è la chiesa parrocchiale di Valdantena

5 novembre 2006

La famiglia Lisoni nel 1905


Nei primi anni del Secolo XX la fotografia era una cosa seria. Gli scatti non venivano assolutamente sprecati ed i ritratti di famiglia erano legati ad occasioni speciali. Negli archivi familiari non mancano immagini suggestive, spesso legate all'emigrazione oltre Oceano (ed allora ecco comparire fotogrefie con persone impettite, che fissano l'obiettivo, spesso vestite con abiti presi a nolo per l'occasione o, in qualche altro caso - più raro - intenti a svolgere il loro lavoro). In questa occasione mi piace presentare la famiglia Lisoni ritratta sulla "loggia" della casa di Toplecca Inferiore. Una foto che non avrebbe nulla di strano, se non vi fosse, anche una morta: Anna Maria Luigia Caffoni (più conosciuta come Luigia), adagiata sul letto e portata all'aperto perché potesse essere ritratta assieme ai suoi familiari in lutto.
Luigia Caffoni, nata nel 1824, era la seconda moglie di Giovanni Maria Lisoni e morì a Toplecca Inferiore il 22 aprile 1905 (è così possibile datare la fotografia). Il marito era discendente di una famiglia di Valdantena (presente, oltre che a Toplecca, anche a Versola, Casalina, Previdè e Groppodalosio nel secondo Ottocento), che con diverse vicissitudini si era trasferita nel Parmense e nel Piacentino, per poi ritornare al paese di origine. Giovanni Maria (1810-1871) si era sposato con la Caffoni (in seconde nozze, dopo essere rimasto vedovo di Veneranda Orioli) e da lei aveva avuto undici figli: Maria Maddalena Petronilla (1853-1928), Lorenzo (1857-1886), Maria Fortunata (1862-1911), Ignazio Bartolomeo (1864-1951), Ottavio (1865-1938), Colomba Assunta (1868-1955), Sante (emigrato in Cile), Giovanni Battista e Marco. Dalla prima moglie aveva avuto due figli: Vincenzo Bernardo (1843-1923) e Ferdinando (1845-1928).
Interessante notare l'atteggiamento compunto di tutta la famiglia, del tutto intonato alle caratteristiche della situazione.

7 luglio 2006

Gli anni dell'emigrazione


E' nei primi anni del Novecento che i paesi dell'alta Valle del Magra si svuotano, dapprima temporaneamente e poi in maniera definitiva. Le difficoltà economiche, che spesso si traducevano in una vita estremamente difficile per le famiglie assai numerose indussero molti giovani a scegliere la via dell'America. Se ne andarono in tanti, spesso in gruppo, alla ricerca di fortuna (talora anche per suggire alla chiamata alle armi alla vigilia della prima guerra mondiale), alcuni per fare ritorno alcuni anni dopo e comperare, con il danaro faticosamente risparmiato, una porzione di casa, un terreno, così da offrire una vita più dignitosa a se stessi ed alle loro famiglie.
Ma assai spesso accadeva che il ritorno era solo temporaneo: dopo pochi anni eccoli riprendere la via di Genova (ma il porto di imbarco è anche quello di le Havre) per una seconda o una terza puntata in "terre assai lontane" finalizzata a mettere da parte un po' di risparmi da riportare a casa assieme alle esperienze più disparate. Oppure per chiudere definitivamente la porta di casa, per affrontare le insidie dell'Oceano assieme a moglie e figli.
Gli archivi degli sbarchi al porto di New York sono ricchi di nomi di emigrati di Valdantena, Pracchiola, Cargalla, Cavezzana d'Antena e Gravagna (per citare soltanto i paesi che più direttamente ci interessano) che scendono dai bastimenti per affrontare la quarantena e poi le sfide del nuiovo mondo. Ed attraverso le carte di imbarco consultabili tramite www.ellisisland.com si ritrovano le tracce di tante storie familiari: i ricongiungimenti familiari, la chiamata degli "amici", talora veri, ma spesso semplici procacciatori di manodopera che percepivano somme di danaro per "chiamare" negli States sconosciuti che, poi, dovevano ripagare loro il servizio reso attraverso puntuali prelievi dal loro salario. Una storia che oggi si ripete, qua da noi, per persone di altre nazionalità che cercano il loro miraggio in Italia. Ed attorno a questi fatti si sviluppano mille storie che varrebbe la pena ritrovare. da quelle di chi ha ricostituito in una via o in un quartiere di new York una sorta di succursale del paese d'origine, a chi è arrivato negli USA per sentirsi dire dal parente che lo aveva "chiamato": "E adesso arrangiati...", da chi ha fatto fortuna a chi non ha resistito alle difficoltà di una lingua incomprensibile e ai morsi della nostalgia e dopo una settimana ha ripreso la via dell'Italia.
In quegli anni nasceva a New York la "Pontremolese", vera e propria società di mutuo soccorso, che si proponeva di prestare aiuto, in un mondo in cui la previdenza sociale era un termine del tutto sconosciuto, quanti subivano disavventure e rischiavano l'indigenza totale che li avrebbe resi vittime di un caporalato senza scrupoli.
Si trattava di una associazione, alla quale ognuno contribuiva con modesti versamenti, che dimostrò più volte la propria funzione sociale, soprattutto quando si trattò di rimpatriare a carico dell'Associazione gli infortunati sul lavoro (numerosi, dal momento che le occupazioni più frequenti - ed anche più ambite, perché più redditizie - erano quelle legate al lavoro in miniera).
La foto, scattata attorno al 1915, rappresenta Adolfo Lisoni di Toplecca, che assieme ad un conterraneo, è impegnato nella posa di tubature all'esterno di una miniera. Il Lisoni, rientrato in Italia, mise a frutto le esperienze maturate negli USA quando, qualche anni dopo, la frazione di Toplecca venne collegata alla rete elettrica e era lui ad avere le competenze per riattivare i primi rudimentali impianti elettrici quando questi, in molte delle abitazioni del paese, facevano le bizze.

5 giugno 2006

Una speranza di vita più che raddoppiata in un secolo


E' interessante notare come la vita media della popolazione si sia progressivamente allungata nel corso del XX Secolo, al punto che la speranza di vita di un attuale abitante di Valdantena, Pracchiola e dintorni è più che raddoppiata rispetto ad un suo conterraneo vissuto negli anni 1900-1910, cioè in un decennio peraltro non caratterizzato da situazioni particolari, quali furono, sul finire degli Anni '20, il primo conflitto mondiale e, subito dopo, l'epidemia di febbre spagnola.
E' vero che lo studio della demografia di Valdantena e degli altri paesi dell'alta Valle del Magra è in parte falsato dal progressivo allontanamento dal territorio delle fasce più giovani della popolazione, ma l'età alla morte, sul finire degli anni Novanta del secolo scorso, si viene attestando nella grande maggioranza dei casi ben oltre il settantesimo anno di età, superando frequentemente la soglia dei 90 anni. Giova ricordare che, per tutta la prima metà del XX Secolo, coloro che arrivavano ai 90 anni di età erano rarissimi e che l'età raggiungibile da chi era sfuggito all'alta mortalità infantile si attestava fra i 60 ed i 70 anni.
Nei prossimi tempi, appena superate alcune difficoltà tecniche, metterò in rete alcune tabelle riportanti - sotto forma di grafico - i dati relativi allo studio della demografia nel territorio di Valdantena (dati statistici tratti dall'analisi dei registri parrocchiali riordinati da Mauro Bertocchi ed oggi diligentemente custoditi nella Curia Vescovile di Pontremoli da Mons. Luigi Farfarana). Sono, quelli di cui ora dispongo, dati ancora provvisori, ma direi prossimi a tradursi in valori definitivi, dal momento che gli scostamenti che attualmente registro non sono più percentualmente significativi. é interessante notare come la linea di tendenza (quella in rosso) denoti una progressiva salita, a differenza di quanto accade per il secolo precedente, quando la tendenza dell'età media alla morte si traduce in una linea pressoché orizzontale. Nel contempo sto verificando se i dati si confermano tramite l'analisi dei documenti (Stato delle anime e Libro dei Morti) di parrocchie circostanti (nello specifico Pracchiola).
La mia attenzione è ora particolarmente rivolta ad alcuni fatti sui quali ritengo opportuno analisi più accurate: la mortalità riconducibile al primo e secondo conflitto mondiale, il periodo della febbre spagnola e alcune situazioni epidemiologiche (probabilmente difterite) i cui effetti davvero tragici sono riscontrabili nell'ultimo quarto del XIX Secolo. Altro aspetto da valutare con attenzione sarà poi tutto il fenomeno dell'emigrazione, sia quella verso le Americhe protrattasi fin quasi agli anni Sessanta del Novecento, sia quella verso le aree industrializzate dell'Italia e, in numeri più ridotti, verso altri paesi europei.

16 maggio 2006

Quando i monti uniscono...

La fotografia del fiume Magra, le cui acque scorrono sotto l'antico ponte (d'la Va'scura) che, fra Groppodalosio e Casalina, consentiva a chi percorreva uno dei tanti itinerari della via Francigena di oltrepassare il corso d'acqua che sorge qualche chilometro più a monte, è significativa per introdurre un territorio, la cui storia non può essere compresa se non letta con attenzione alla viabilità che lo attraversa.
Oggi la Valdantena è prossima al tracciato della A 15 della Cisa (che tocca paesi peraltro vicinissimi, sostanzialmente contigui - Montelungo, Gravagna, Cavezzana d'Antena); in passato Valdantena e Pracchiola erano attraversate da almeno due direttrici viarie che, salendo dalla Lunigiana - e, quindi, dalla Toscana e dal porto di Luni - si proiettavano verso la Pianura Padana o attraverso il passo della Cisa (la via di Monte Bardone) o attraverso quello del Cirone (la Valle del Parma). Itinerari importanti, attraverso i quali si è mossa non solo la storia della gente comune (piccoli commerci, legami culturali, ma anche epidemie e distruzioni), ma anche la storia grande, quella degli eserciti che, in un senso o nell'altro, attraversavano l'Appennino con il loro seguito di morte, di carestie, di piccoli e grandi drammi per quanti, rimasti vivi, si trovavano, passata la tempesta, a dover ricominciare tutto da capo.
Ultima di queste terribili esperienze la fase finale del secondo conflitto mondiale, quando le forze tedesche opposeronproprio sui contrafforti della Cisa, da Pontremoli a Fornovo, l'ultima inutile resistenza a quelle alleate che avanzavano da Massa. Gli ultimi bombardamenti sul territorio di Valdantena avvennero nella notte fra il 26 ed il 27 aprile 1945. Ed il giorno dopo - raccontano coloro che hanno vissuto e ricordano l'esperienza della guerra - la strada della Cisa offriva il tragico spettacolo della carneficina di ciò che restava di un esercito in rotta.

14 maggio 2006

inizio di un'impresa

Saluti a tutti.
Ho pensato di aprire questo blog per incontrare coloro che, muovendosi sulla rete, hanno qualcosa da dire sul territorio dove nasce il Magra. Sto cercandone la storia, che non è cosa da poco, e, in particolare, sto mettendo assieme le famiglie che hanno vissuto nei paesi di Valdantena e Pracchiola.
Trovo delle difficoltà nei tempi recenti, per coloro che hanno dovuto lasciare il paese per recarsi in altre zone dell'Italia e - soprattutto - in Paesi esteri (Europa, Nord America e Sud America).
Se qualcuno trova questo messaggio e vuole mettersi in contatto con me, sarò lieto di scambiare con lui i dati che ci interessano.
Il mio indirizzo è argiul@alice.it, o, se preferite un sistema più tradizionale:
dr. Giulio Armanini
fraz. Toplecca inferiore, 8
54027 Pontremoli (MS)