29 maggio 2014

Attorno a Casalina, nell'antica Fraise, era il castagno a fornire la maggior parte del reddito

Nell'Estimo del 1508 la Valdantena, a differenza da altre zone del Pontremolese identificate con toponimi collettivi, è suddivisa in base ai singoli nuclei abitati dell'omonima comunità, al cui centro Casalina ospitava la cappella e, poi. dal XVI secolo, la parrocchiale. Per il Campi questa chiesa era stata costruita addirittura nel 558 (il cronista Villani cita il 567 per l'edificazione della chiesa di S. Matteo de valle Anthenae), dopo che il Nord della Lunigiana era stato fortificato, nel 261, dagli Apuani, là ritiratisi quando i Germani scesero dalla valle Padana in Toscana. Sono notizie prive di fondamento: prima della metà del XIII Secolo non si trovano, infatti, dati certi, ma si hanno soltanto illazioni correlate al ruolo di Valdantena (o meglio: Fraise) negli importanti tracciati viari che la attraversavano.
Il toponimo Fraise (oggi completamente scomparso) rimanda a Valdantena o, più specificamente, a Casalina); è attestato nella prima Decima Bonifaciana, che, nel 1296/97, cita la cappella di Flayse (o de Fraise), dipendente dalla Pieve di Urceola-Saliceto, L’identificazione fra Valdantena e Flayse/Fraise/Faisio, proposta da Cavalieri, è supportata anche da un “Consolatus de Frasio”, incaricato (così gli Statuti di Pontremoli) della manutenzione della strada verso Bosco di Corniglio, nonché dalla “Cappella de Antena et Fraese” citata nell’Estimo della Diocesi di Luni del 1470-71. Per di più, gli stessi Statuti, allorché individuano i compensi per i “correrii Communis”, pongono, “Faisio” “in tertijs Villis”, come “Cauezana de Anthena, Montelongo, Groppotalosio, Versola”.
A Casalina - il toponimo è frequente nel Pontremolese e rimanda (così il Lexicon del Du Cange) ad un “locus ubi Casæ ædificatæ fuerunt, aut ædificari possunt” - l'Estimo attesta la presenza di 14 fuochi fiscali, dei quali 13 proprietari di case. C'erano, quindi, 14 famiglie possidenti beni immobili o correlati all'agricoltura. A costituire la loro valutazione complessiva (1.198 lire e 4 soldi) concorrevano le 13 domus (ogni casa 40 lire, indipendentemente dalle sue caratteristiche quantitative e qualitative, valeva 40 lire), 183 appezzamenti di terra (670 lire e 10 soldi) e 42 animali, di cui 40 capi di proprietà di 5 famiglie residenti nel paese e 2 appartenenti a residenti altrove e affidati a Giovanni fu Matteo Capeleti. I 40 capi di bestiame erano 38 fra pecore e capre e 2 vacche, il tutto stimato 7 lire e 14 soldi.
Il reddito dei terreni, il cui valore medio era di poco superiore alle 3 lire e 13 soldi, derivava per il 63,5% dagli 89 appezzamenti posti nelle pertinenze del paese. La restante quota proveniva da terre ubicate presso Groppodalosio (15,7%), Previdè (8,4%), Versola (6,9%), Toplecca (2,8), Logarghena (1,6%) e Pracchiola (1,2%). Si trattava, quindi, di proprietà localizzate nell'alta valle del Magra e, tranne i 7 terreni presso Pracchiola, nella parrocchia di Valdantena. Quanto alla destinazione agricola dei terreni appartenenti alla gente di Casalina, il 34,66% del reddito veniva dai castagneti. Seguivano seminativi (28,92%), prati (14,89%), vigneti (6,74%), orti (5,09%), canapaie (4,02%) e terreni alberati (3,56%, per lo più noceti). Percentuali minori erano quelle di incolti (1,01%), oliveti (0,45%), querceti (0,34%), cerreti (0,26%) e vigneti coltivati a pergola (0,07%). Non segnalati boschi, probabilmente beni comuni.
Quanto alle famiglie si notano gli Uggeri (Ser Giovanni fu Bartolomeo e Giovanni Maria fu Antonio de Raygafulcis), i Bondiei (probabilmente venuti da Gravagna) e i Tavaroni. Il più facoltoso era Giacomino fu Pietro di Bernardino, accreditato di una stima di ben 349 lire e 3 soldi (il 29,13% del totale), che possedeva terreni (per lo più seminativi, castagneti e prati) a Casalina, Groppodalosio, Previdè, Versola e Logarghena. Sopra le 100 lire c'erano i fratelli Bartolomeo ed Antonio Tavaroni; tutti gli altri erano censiti per stime variabili fra le 4 lire e mezza di Pedrone fu Lorenzo de Rino e le 70 lire e 15 soldi degli eredi di Bernardo fu Giovanni Pietro.
Attorno a Casalina c'erano terre appartenenti a fuochi di Groppodalosio (27), Versola (24), Previdè (12), Toplecca (4), Pontremoli ed Arzengio (3), Pracchiola (2) e Cavezzana d'Antena (1). In totale, nell'area di pertinenza del paese erano censite 273 particelle su 89 famiglie, a testimonianza di quel frazionamento della proprietà agraria che già allora caratterizzava il territorio pontremolese. Il grafico evidenzia, infine, le differenze fra il reddito prodotto dai terreni di Casalina ed il loro numero, suddivisi per colture, e, per un raffronto, (anche se i dati sono ancora parziali) il valore dei terreni nel vasto territorio pontremolese. (da Il Corriere Apuano, n. 21/2014, p. 3)


(notizie tratte, oltre che da documenti custoditi presso la Sezione di Pontremoli dell’Archivio di Stato di Massa, dalle opere di G. PISTARINO (Le pievi della Diocesi di Luni, la Spezia-Bordighera, 1961), G. FRANCHI – M. LALLAI (Da Luni a Massa Carrara – Pontremoli, Modena – Massa, 2000), N. ZUCCHI CASTELLINI (Cronache pontremolesi del Cinquecento, Parma, 1980), G. SFORZA (Memorie e documenti per servire alla storia di Pontremoli, Lucca-Firenze, 1887); E. CAVALIERI (Per la storia della Pieve di Saliceto, in Il Corriere Apuano, 1934.1935), B. CAMPI (Memorie storiche della Città di Pontremoli, Pontremoli, 1975); Pontremuli Statutorum ac Decretorum Volumen (Parma, 1571), C. DU CANGE (Glossarium mediae et infimae latinitatis, Niort, 1883-87)

25 febbraio 2014

Nagli Estimi pontremolesi del 1508 a Scorcetoli, attorno alla cappella di S. Andrea, soltanto cinque fuochi possedevano terreni



Il territorio pontremolese, nel 1508, comprendeva anche la porzione del comune di Filattiera a nord del torrente Caprio: una delle zone a maggiore produttività agricola di tutto il vasto comprensorio e, per questo, oggetto delle attenzioni economiche dei benestanti, per lo più residenti nel Borgo di Pontremoli, che ivi possedevano ampi appezzamenti di terra, talvolta veri e propri poderi, con caxe, caxamenta o cassine in appezzamenti, il cui reddito si rivela, attraverso l'Estimo, assai più elevato della media.
Di questa parte, quella attorno agli abitati di Scorcetoli, Ponticello, Canale e Monteluscio costituiva un'unica pertinenza, il Basso Caprio, per lo più pianeggiante o di bassa collina, delimitata a nord da Pontremoli, ad Ovest dal letto del Magra, a Sud dalla parte terminale del torrente Caprio, e, verso l'Appennino, ad Est, da Caprio alto, Serravalle, Dobbiana e Ceretoli.
Il funzionario della comunità incaricato di stimare i beni correlati all'agricoltura, nel procedere alla loro valutazione, si mosse lungo un itinerario facilmente individuabile attraverso il succedersi delle stime riferite ai proprietari delle ville. La prima che egli toccò nella parte del suo percorso rendicontata nel volume, che, conservato nella sezione pontremolese dell'Archivio di Stato di Massa, è identificato come Estimo del 1508 – Ponticello (vol. 8°), fu Scorcetoli. Di lì, restando in quella parte di territorio oggi filattierese, procedette alla stima dei beni degli abitanti degli altri paesi del Basso Caprio; raggiunse, quindi, l'attuale borgo di Caprio (Summum Caprium), e, poi, Serravalle ed i vari nuclei abitati che compongono Dobbiana.
Poi, lungo l'antica strada che portava verso la Lombardia, passò a Ceretoli e ad Arzengio; quindi, valicato il passo della Crocetta, entrò nella Valdantena, procedendo, nell'ordine, alla valutazione dei beni della gente di Toplecca, Versola, Casalina, Previdè e Groppodalosio.
Alla villa di Scorcetoli sono riservate le prime pagine (carte) dell'ottavo volume dell'Estimo del 1508. È immediata la percezione dell'esiguo numero di fuochi censiti: soltanto 5 famiglie possedevano beni correlati all'agricoltura. La stima complessiva ammontava a 376 lire e 14 soldi, di cui 200 lire derivavano dalla proprietà delle case (come sempre valutate tutte forfettariamente 40 lire), 176 lire e 5 soldi da quella di 42 appezzamenti di terra e 9 soldi da altrettante pecore che, pur di un abitante di Scorcetoli, erano affidate a Rinaldino Coduri di Caprio.
Il fuoco (cioè il nucleo familiare) con il reddito più elevato era quello di Silvestro fu Aldrovando fu Pagano (Pagani), con 109 lire e 10 soldi, derivanti dalla proprietà di 10 terreni (69 lire e 10 soldi) e della casa di abitazione. I suoi terreni erano prevalentemente censiti come seminativi (51,08%), vigneti, di cui buona parte tenuti a pergola (25,90%) ed oliveti (8,63%).
Quanto ai terreni di proprietà di tutti i fuochi di Scorcetoli, la stragrande maggioranza (36 appezzamenti, pari al 95,5% della stima) si trovava nelle immediate vicinanze del paese e, comunque, in pertinentiis Imi Caprii. Pochi gli appezzamenti altrove: uno era presso Pieve di Saliceto e cinque presso Torrano. Le colture vedevano prevalere il seminativo (44,73%), seguito dai vigneti (25,76%, in buona parte a pergola) e dagli oliveti (9,46%). Minore importanza nella costituzione del reddito avevano i prati (6,62%), i castagneti (5,96%) ed i terreni alberati (4,49%). Valori residuali erano riferiti a orti (1,56%), querceti (0,71%), boschi (0,57%) ed incolti (0,14%).
Ma Scorcetoli aveva davvero dimensioni così minuscole? L'Estimo ci offre notizie esclusivamente sui proprietari di beni correlati ad agricoltura e allevamento. È, quindi, impossibile, attraverso questo strumento, risalire ad un censimento della popolazione, che doveva – viste le caratteristiche economiche del luogo – comprendere anche famiglie di coloni che traevano il loro reddito dalla coltivazione dei terreni appartenenti ad abitanti di Pontremoli o di altre ville, oltre a quanti prestavano servizi a chi percorreva la strada che, verso Sud, immetteva nei territori malaspiniani.
Il paese, considerato come villa e raccolto attorno alla cappella di S. Andrea, doveva avere, infatti, una ben maggiore importanza, soprattutto correlata alla viabilità che vedeva, poco distante, un importante ponte sul Caprio, presso il quale si trovava anche l'oratorio di S. Maria Maddalena.
A attestare le origini di Scorcetoli sono diverse citazioni. Se i cronisti, le cui testimonianze, spesso fantasiose, le fanno risalire a tempi eccessivamente remoti (il Villani fa risalire la chiesa di S. Andrea a Villa Quercetoli addirittura al 456 ed a ben undici anni prima la realizzazione in muratura del vicino ponte sul Caprio!), è comunque accertata l'esistenza del toponimo nel 1062, quando, in un documento riguardante l'oratorio di S. Bartolomeo de donnicato (dipendente dal monastero di S. Venerio del Tino), si legge di un abate Albizzo che concedeva a livello ai chierici Azzo ed Oddo, figli di Burda, “de loco ubi dicitur Scorcitulo”, un appezzamento “in loco ubi dicitur Donnicato”.
Quanto alla cappella di S. Andrea, essa, costruita attorno alla metà del XV secolo, è citata fra le istituzioni ecclesiastiche appartenenti alla Pieve di S. Stefano di Filattiera nel secondo Estimo della Diocesi di Luni (1470-1471). La vicina cappella di S. Maria Maddalena subì gli effetti disastrosi dell'alluvione del 13 settembre 1517, quando il transito sulla via che da Pontremoli conduceva verso il mare venne interrotto in loc. al Zago per il crollo del ponte sul Caprio. In quell'occasione venne distrutto dalla furia delle acque anche l'ospedale, cui la cappella era annessa. L'oratorio verrà ricostruito attorno al 1600, mentre il ponte sarà reso di nuovo agibile soltanto molti anni dopo, nel 1765, a testimonianza dell'essere venuta meno l'importanza della strada che seguiva il corso del Magra, peraltro da sempre insicura ed anche, nei secoli, più volte teatro di drammatici fatti di sangue. (da Il Corriere Apuano, n. 7 del 15 febbraio 2014, p. 3)
(le notizie sono tratte, oltre che dall’analisi di documenti custoditi presso la Sezione di Pontremoli dell’Archivio di Stato di Massa, dalle opere di: G. PISTARINO (Le pievi della Diocesi di Luni, la Spezia-Bordighera, 1961), G. FRANCHI – M. LALLAI (Da Luni a Massa Carrara – Pontremoli, Modena – Massa, 2000), P. FERRARI (Studi di storia lunigianese, Pontremoli, 1985), N. ZUCCHI CASTELLINI (Cronache pontremolesi del Cinquecento, Parma, 1980), G. SFORZA (Memorie e documenti per servire alla storia di Pontremoli, Lucca-Firenze, 1887); B. CAMPI (Memorie storiche della Città di Pontremoli, Pontremoli, 1975); Pontremuli Statutorum ac Decretorum Volumen (Parma, 1571)

2 gennaio 2013

Pracchiola nel 1508: tra castagneti e pascoli ai piedi del Cirone

 L'Estimo pontremolese del 1508, registrava la presenza a Pracchiola di 26 fuochi fiscali, con una valutazione complessiva di 1.940 lire ed una media di poco più di 74 lire e mezza cadauno. Soltanto uno di questi (Joannes Matheus quondam Jacobi Orioli), superava le 300 lire di valore stimato1, ed altri 4 proprietari si attestavano nella fascia superiore alle 100 lire2.
Delle famiglie censite 22 (l’84,62%) erano proprietarie di una casa, della quale, però, non è possibile definire le caratteristiche, poiché ad ognuna di queste veniva attribuito comunque il valore di 40 lire.

Il reddito complessivo dei terreni di proprietà degli abitanti di Pracchiola ammontava a 1.035 lire e 10 soldi (la media superava di poco le 39 lire e mezza) e tutti i fuochi disponevano di qualche appezzamento, con la sola eccezione di Costantino fu Franceschino olim Joanis Picinini.
La quasi totalità dei 391 appezzamenti di terra posseduti dai pracchiolesi, erano situati presso il paese. Al di fuori di quest’area c'erano soltanto terreni in zone direttamente confinanti o comunque assai vicine. Presso Groppodalosio c'erano sette terreni: 4 castagneti per 20 lire e 5 soldi, un vigneto associato ad orto per due lire, un canapaio per 2 lire ed un castagneto associato a seminativo per una lira e 10 soldi. Presso Casalina i terreni erano due: un orto ed un castagneto, entrambi valutati una lira. L’unico terreno posto presso Previdè era un seminativo valutato 5 lire. In sintesi, i pracchiolesi possedevano il 97,01% delle loro terre nelle adiacenze del paese ove risiedevano. Per il resto, il 2,32% era nelle pertinenze di Groppodalosio, lo 0,48% presso Previdè e lo 0,19% presso Casalina.
Quanto alla destinazione agricola dei terreni di proprietà degli abitanti del paese, il castagneto con il 34,76% ed il prato con il 21,44% occupavano complessivamente oltre la metà delle terre. A seguire c’erano i seminativi (17,86%), i vigneti (l’8,32%), i boschi di cerro (5,95%), gli orti (4,10%), i canapai (3,03%), le terre con presenza di alberi di frutto, soprattutto noci (2,91%) ed, infine, gli incolti (1,63%).
L’Estimo del 1508 dà anche conto della presenza di un solo mulino, posto in località le Moline (proprio alla confluenza dei fra il Magra ed il Rio che scende da Frattamara) e di proprietà del più facoltoso dei residenti di Pracchiola, cioè Giovanni Matteo fu Giacomo Orioli. Il mulino, valutato soltanto 10 lire era dotato di di una macina e di apposito bedale.
Quanto alla pastorizia, il bestiame forniva a Pracchiola un reddito3 complessivo di 14 lire e 10 soldi (lo 0,75% del reddito totale e l’1,62% del reddito prodotto dall’insieme delle attività agricole e pastorali). A gestire secondo diverso titolo animali (in proprietà o in affidamento da terzi) erano i titolari di 15 dei 26 fuochi fiscali censiti nel paese (il 52,69%), che traevano dalla pastorizia meno dell’1% del loro reddito. Il patrimonio animale era costituito da dieci vacche e da settantaquattro fra pecore e capre.
Dall'analisi dei fuochi fiscali emergono anche alcune considerazioni interessanti sulla composizione della popolazione. Oltre alla presenza di alcuni cognomi che si ritroveranno negli anni seguenti (Armanini, Pegorarii, Picinini, Orioli, Ricci ed Uggeri), c'è quella di immigrati. A Pracchiola nel 1508 c’erano cinque fuochi (il 19,23% del totale) per i quali il compilatore dell’Estimo segnalava una provenienza legata ad un insediamento che non doveva datare da molto tempo. Martino  quondam Joannis Petri Anselmi proveniva da Groppodalosio, Bernardino quondam Joannis Antonii olim Bertoni Schiareti veniva da Gravagna, Bernardo quondam Laurentii era segnalato come proveniente de Rino, Bertone quondam Joannis veniva da Barcola e Perinus quondam Gulielmini Odi dalla Valmozzola.

1 Estimo 1508, Val d’Antena e Pracchiola, presso Archivio di Stato di Massa, Sez. di Pontremoli, vol. 3, cc. 2 r./v. e 3 r.
2 Bertone quondam Joannis de Barcula habitatoris Prachiolae (Estimo 1508, vol. III, c. 15 r./v.) con 172 lire e 10 soldi, degli eredi quondam Bertoni olim Antonii Panelli (cc. 6 v. e 7 r.) con 108 lire e 6 soldi, di Giovanni Maria quondam Bertoni (c. 3 v.) con 114 lire e di  Michele quondam Gasparini olim Donini (c. 10 r.) con 103 lire ed un soldo.

3 Il reddito prodotto dagli animali posseduti ed allevati direttamente è di una lira per ogni bovino e suino e di due soldi per ogni ovino o alveare. Lo stesso reddito viene diviso a metà fra il proprietario e il conduttore qualora l’animale sia affidato a terzi perché venga allevato.

19 febbraio 2012

Il terremoto del 1834 a Valdantena

“Poco innanzi le ore 2 ½ pomeridiane udisi un orrendo fragore, e tosto una violenta urtata scosse la terra dal basso in alto, per modo che parve questa doversi aprire: continuò il moto ondulatorio da NO a SE per dodici minuti secondi e que' miseri abitanti furono trabalzati con le case loro in varia direzione”. Così scriveva Gerolamo Gargiolli1 sul terremoto che, il 14 febbraio 1834 sconvolse l'alta Lunigiana. La scossa, che era stata di 5,64 gradi Richter2, poco più importante di quella che ha colpito la provincia a fine gennaio 2012, era venuta in una giornata “velata di caligine cenerognola” in cui “a quando a quando si rendeva ai viventi difficile la respirazione per l'aria grave e soffocante”, con “l'atmosfera piena di elettricismo”: una di quelle giornate in cui si sarebbe detto che “oggi c'è l'aria da terremoto”.
A Pontremoli, nonostante la grande paura per il crollo di una volta del Conservatorio di S. Jacopo d'Altopascio3, ove erano a scuola una cinquantina di ragazze che si salvarono fortunosamente, non si piansero vittime. Ben diversa fu la situazione soprattutto nella valle del Verde, dove alcune persone “rimasero a un tempo e schiacciate e sepolte” e gravi furono i danni, con “villaggi poco meno che annichilati: Bratto, Braja, Guinadi, Cavezzana d'Antena, Groppo d'Alosio, Succisa e Valdantena”, che “patirono una crudele devastazione”.
A Casalina a fare le spese del terremoto furono anche la chiesa e la canonica, che – così annota don Romualdo Bernardoni nel Liber chronicus conservato presso la sezione pontremolese dell'Archivio Diocesano - “quasi ridotte a perfetto lustro, e al decente decoro dopo dieci anni di lavoro fra l’una e l’altra (…) convenne per duro e fatale subitaneo accidente vedersi col pericolo di perdere ogni veduta, e trovarsi ad un tratto ai Regni bui subissare ogni cosa da orribile scossa di terremoto seguita alle ore due e mezza pomeridiane nel giorno 14 febbraio 1834, il primo venerdì di Quaresima”.
Fu un “frangente lugubre”, protrattosi fino a tutto aprile 1835 con scosse d'assestamento fattesi “sentire nel nostro suolo più di mille volte senza esagerazione, e come io stesso ne ho avvertito le loro pulsazioni, il fatale, però, e più formidabile fu il primo che seguì nel sucennato giorno”, quando “fu per sussulto per ondulazione, ed in ultimo per inclinazione, e durò per tutto il suo quassamento fino a trenta minuti secondi o forse più”: “la Chiesa, e Canonica, come pure la maggior parte delle case di questi Abitanti di Valdantena ebbero il fatale crollo”. Don Bernardoni elenca i danni: “Il Campanile cadde al suolo dalla parte superiore dei cornicioni, cioè tutta la sua pergamena ed il resto del torso rimase nello strapiombo di un braccio e più (...). La facciata, a cui il medesimo campanile sta inerente, si distaccò dal volto alla misura di mezzo palmo, ed il volto medesimo fece vedere uno spacco da settentrione a mezzodì della larghezza di un palmo. La soglia della porta rimase in tre pezzi, (...). Il pavimento nuovo si abbassò più di tre dita. Si ruppe il palo di ferro della catena sopra il pulpito e s’inclinò il pilastro, assieme colla facciata a mezzogiorno (...). Cadde un pezzo dell’arco maestro del coro assieme al castello, e nella sua caduta ruppe ancora la Balaustra di marmo in più pezzi. Apparvero nelle facciate del Coro quattro aperture, cioè due orizzontali, una a settentrione, e l’altra a mezzodì, della larghezza di quattro dita dal tetto alle fondamenta, e due perpendicolari nella parete tergale dallo stesso Coro alla direzione delle due nicchie della larghezza simile ed altezza. Il Cupolino del Coro, quello che non cadde, rimase tutto sfracellato. In ogni sua parte, per dire tutto in una parola, la Chiesa rimase tritta.”. E la canonica, edificata da soli dieci anni, non se la passò meglio: “Dall’enorme urto sofferto dalla scossa della Chiesa, a cui di facciata è appoggiata detta Canonica, si inclinò allo strapiombo di due dita circa; caddero vari pezzi dei volti d’incanicciate per ciascheduna stanza del quartiere superiore, e insieme gli archi degli usci, ossia antiporti, s’infransero tutti i pavimenti. Cadde la chiave dell’architrave della porta, si ruppe la soglia ed in tutta la sua estensione fece vedere aperte per parte dei spacchi assai vistosi”. Al parroco non restò che rifugiarsi “per quindici giorni, ed altrettante notti in casa mia paterna innesprimibilmente atterito”.
A quel danno si pose rimedio, ma “il 7 settembre 1920 prima delle ore otto una forte scossa di terremoto danneggiò gravemente la chiesa e meno gravemente la canonica e molte altre case della parrocchia”. Toccò all'allora parroco don Luigi Rosa attivarsi per restaurare una chiesa ove anche oggi i problemi non mancano. (nella foto: gli archi che sostenevano il passaggio dalla canonica al campanile. Questo, distrutto dal terremoto del 1920, è stato costruito ex novo là dove ora si trova)
1G. G., Descrizione del Terremoto di Pontremoli in febbraio 1834, in Annali Universali di Statistica, vol. XL (Milano, 1834), pp. 81 sgg. La narrazione, siglata G.G. (si tratta di Girolamo Gargiolli), prende le mosse da una richiesta della Redazione degli Annali che induce l'autore ad “andar rimembrando le patrie calamità”, partendo dalla considerazione che nel ventennio precedente la gente di Lunigiana era stata travagliata da molteplici calamità: “or dalla carestia e dal contagio, or dal ghiaccio degli alberi, ed or dal fuoco di essi”, per giungere alla “crisi più spaventosa della natura: il terremoto”
2STUCCHI et alii, 2007- DBMI04: database delle osservazioni macrosismiche dei terremoti italiani utilizzate per la compilazione del catalogo parametrico CPTI04 in Quaderni di Geofisica, I, Vol. 49, pp. 38 sgg
3È l'edificio che attualmente occupa l'Istituto Tecnico “Paolo Belmesseri”

26 marzo 2008

Un primo sguardo su Pracchiola


Pracchiola, frazione del Comune di Pontremoli, si trova a m. 672 s.l.m., sulla sinistra del Fiume Magra, poco sopra al luogo in cui a questo si uniscono le acque del Rio di Boalenza, che scende dal Monte Orsaro (m. 1831). Paese caratteristico per l’architettura rurale [1], lega la sua storia all’antica strada che da Pontremoli, lungo il tracciato Arzengio - Toplecca Superiore – Casalina – Groppodalosio – Pracchiola – Passo del Cirone, collegava la Toscana con la “Lombardia”, cioè con la Pianura Padana.

Lungo la stessa strada, poco sotto il Passo, a m. 984 s.l.m., si trovava uno xenodochio, gestito dai Monaci di Altopascio, in località oggi detta “Ospedaletto” (“Sdalét”, nel dialetto locale), individuato negli antichi documenti come “Hospitale de Piellaburga” o “de Pitaborga” o “de Mallaticchia”. Di questa antica struttura restano oggi pochissimi resti, assai rimaneggiati nel corso dei secoli, a testimoniare l’esistenza del luogo di ricovero posto dopo gli Scaléri (cioè una ripida salita caratterizzata da gradoni per facilitare l’ascesa agli uomini ed agli animali da soma) e sotto i Magresi (cioè le sorgenti del Magra) in un pianoro di modeste dimensioni, prima che la strada si inerpichi verso il Passo con un ultimo tratto in ripida salita.

Oggi ridotta a poche decine di abitanti [2], a seguito di un imponente flusso migratorio, che ha condotto gran parte di coloro che vi abitavano a cercare migliori condizioni di vita soprattutto negli Stati Uniti d’America, la popolazione del paese superava, in passato, anche i duecento abitanti (erano, secondo il Repetti [3], 223 nel 1833). L’economia fino ad anni assai recenti si è basata su un’agricoltura di sussistenza (pastorizia, coltura del castagno e di cereali o patate) e – fintanto che la via del Cirone ha svolto un ruolo di discreta importanza nell’ambito degli scambi economici fra Emilia e Alta Toscana – sulle attività connesse ai movimenti di persone e cose lungo la predetta strada.

Di questi collegamenti con la viabilità possono essere testimonianze indirette anche alcuni toponimi, quali le numerose “grotte dei Sarasin” o i nomi di alcune località che richiamano probabili insediamenti barbarici come Borgognone e Marmagna, due cime dell’Appennino di cui Pracchiola occupa i contrafforti ed i cui toponimi Pier Maria Conti fa risalire alle calate ed al successivo insediamento dei Burgundioni e dei Marcomanni [4].

Un’ulteriore testimonianza indiretta del rapporto con la viabilità la possiamo trarre dalla tradizione popolare, ricca di ricordi, confusi, ma indicativi, di lutti, razzie ed epidemie disastrose provocate dai ripetuti passaggi di truppe straniere, sempre avide di vuotare le pur misere cantine e dispense dei terrorizzati montanari, preoccupati di cercare, in simili contingenze, un rifugio sicuro per sé e per le proprie cose [5]. Ma ben più dirette e probanti sono le informazioni che ci vengono dagli Statuti di Pontremoli [6] con le loro prescrizioni spesso riferite anche direttamente alla Via di Bosco o della Scala.


[1] Così lo descrive, nel 1966, Giovanni Bortolotti: “è il tipico antico paese, abbarbicato alla montagna, sorto attorno ad una strada battuta sottopassante le case con archivolti, dalla quale si diramano stretti vivoli, colle case coi tetti di lavagna, quasi sepolte in mezzo ai folti castagneti. L’esposizione del paese non è molto felice, chiuso tra i monti, ed un suo possibile sviluppo non potrà aversi che sul vicino costone, a N.E., meglio esposto e con più ampia visuale sulla valle del Magra” (G. Bortolotti, Guida dell’Alto Appennino Parmense e Lunigianese dal Passo del Lagastrello alla Cisa, Bologna, 1966).

[2] Il 21 ottobre 2001, in occasione del 14° censimento, a Pracchiola sono stati contati 27 abitanti, 14 maschi e 13 femmine, suddivisi in 16 nuclei familiari. Gli edifici censiti erano 55 e le abitazioni 44. (ISTAT, Popolazione residente e abitazioni nelle province italiane. 14° Censimento generale della popolazione e delle abitazioni – Massa Carrara, Roma, 2005)

[3] E. Repetti, Dizionario Geografico Fisico della Toscana, Firenze, 1841 (Vol. IV)

[4] P. M. Conti, Luni nell’Alto Medio Evo, Padova, 1967, pp. 59-60

[5] I vecchi di Pracchiola tramandavano, con un senso di arcano timore, il passaggio di non ben identificati Alemàn, che avevano messo a soqquadro il paese e requisito diversi capi di bestiame. Sono tradizioni assai vaghe, ma che rispettano una realtà vissuta e sofferta da quelle popolazioni.

[6] Statuti di Pontremoli, Parma, 1571.

10 marzo 2008

Chi ha ricordato questi paesi....

Questo post è un cantiere aperto, nel quale, di volta in volta, tramite aggiornamenti successivi, proporrò alcuni riferimenti bibliografici, con una breve sintesi degli argomenti trattati nei testi, comunque relativi all’area di interesse di questo blog. Quella di oggi è la versione "otto (23 aprile 2008).

Campi, Antonio, Memorie storiche della Città di Pontremoli, Pontremoli, 1975

Bernardino Campi (1656 – 1716) fu uno dei cronisti pontremolesi di maggiore importanza. Le sue “Memorie Historiche di Pontremoli” sono sicuramente una delle fonti più interessanti per la ricostruzione della storia locale, che dal cronista, soprattutto per i secoli successivi al Trecento, viene spesso ampiamente inserita nel più vasto contesto degli eventi nazionali ed internazionali. Il Campi, che nei primi capitoli dà credito alla leggenda di Apua, non rifugge dal vezzo degli antichi cronisti, secondo i quali l’antichità delle origini di una città ne decreta il valore e la nobiltà. Pertanto anticipa assai i primi avvenimenti di una presunta storia pontremolese, dando apparente dignità storica a fatti da lui riferiti ai primi secoli dell’Era Cristiana, incorrendo, conseguentemente, in errori che oggi possono apparire quasi puerili. Ben diverso, invece, si fa lo spessore storico delle notizie che egli ci riporta col procedere della narrazione, quando le vicende si fanno più certe ed alle notazioni correlate alla storia politica ed amministrativa del territorio se ne associano tantissime altre, che ci danno conto di passaggi di eserciti, di epidemie, di carestie, di terremoti, di fenomeni meteorologici destinati a segnare la vita della popolazione. Significativa è, infatti, l’attenzione che il cappuccino pontremolese dà alle vicende della gente comune, quella che in maniera più diretta soffre o trae vantaggi dalla calata degli eserciti, frequentemente ospitati nei paesi del territorio. Sono frequentissime le citazioni di eventi che hanno direttamente interessato i paesi dell’alto bacino del Magra, spesso correlati alla viabilità (Cisa e Cirone) ed ai rapporti fra Toscana e “Lombardia”. Il volume è l’edizione a stampa, curata da Luciano e Mauro Bertocchi, Vasco Bianchi e Nicola Zucchi Castellini, del manoscritto posseduto dalla famiglia Zucchi Castellini, integrato con aggiunte e varianti tratte dal manoscritto “Bocconi” conservato nella Biblioteca del Seminario Vescovile di Pontremoli.

Cavalli, Ennia, Il più antico manoscritto delle visite pastorali della Diocesi di Luni, in Giornale Storico della Lunigiana e del Territorio Lucense, N.S., anni XVIII-XX, 1967-1969

La pubblicazione, apparsa su tre volumi consecutivi della Rivista dell’Istituto Internazionale di Studi Liguri negli anni 1967-1969, propone il regesto e la trascrizione del volume cartaceo, conservato presso il Seminario Vescovile Lunense di Sarzana, contenente la descrizione della diocesi di Luni in occasione della Visita pastorale del Cardinale Benedetto Lomellini, Vescovo di Luni dal settembre 1565 al marzo 1572. Dopo un’attenta descrizione (il fascicolo, le filigrane, le varie mani che hanno compilato le “schede” riferite alle singole parrocchie e le ipotesi correlate alla descrizione del territorio diocesano all’indomani del Concilio di Trento) delle 234 carte che costituiscono il volume, l’Autrice propone una sintetica biografia del Card. Lomellini ed un’analisi delle metodologie secondo le quali la Visita venne compiuta. Segue l’accurata trascrizione delle carte. Per quanto concerne l’area di nostro interesse, vengono proposti gli esiti della visita compiuta alle parrocchie di Montelungo (14 maggio 1568: rettore don Pietro Travaglino della cui “vita, costumi e abito ne siamo restati bene soddisfatti”), Gravagna (visitata sempre il 14 maggio, il cui “capelano è don Marcho Ugerio” e dove si trova “la croce di legno assai bella”, ma la sacrestia “mal condizionata” e il cimitero da “resserare”), Cavezzana d’Antena e Cargalla (a quel tempo ancora unite con parroco Don Orsino da Vico e con la struttura delle chiese e le suppellettili sacre da sistemare), Valdantena (rettore don Silvestro Ugerii, con gli altari laterali sotto il giuspatronato “de li Scacalosso” e con i cimiteri per i quali doveva essere fatto entro due mesi il “serraglio” “perché in una parte sono aperti”) e Pracchiola (visitata il 15 maggio, retta da Don “Francesco Lesoni da Topelicca”, chiesa dove “non vi tenghino il santo sacramento dell’Eucarestia per essere poveri”).

Diaferia, Marco, 1943 – 1945: Pontremoli, una diocesi italiana tra Toscana, Liguria ed Emilia attraverso i libri cronistorici parrocchiali, Pontremoli, 1995

L’Autore ha condotto una pregevole indagine, che lo ha portato a verificare i libri cronistorici delle parrocchie della allora Diocesi di Pontremoli per tracciare, attraverso lo studio di fonti dirette, un ampio panorama degli effetti in Lunigiana del secondo conflitto mondiale, in particolare del periodo intercorso fra l’armistizio dell’8 settembre 1943 e la resa dell’esercito tedesco. Attraverso il racconto che i parroci hanno lasciato sui libri cronistorici, i fatti, proposti nella loro immediatezza o ricostruiti a posteriori, subito dopo la fine delle ostilità, è possibile cogliere non solo lo svolgersi degli eventi, ma anche la posizione dei singoli sacerdoti nei confronti del fascismo, del tedesco occupante e dei partigiani. In primo piano, restano, sempre e comunque le popolazioni, delle quali i parroci si sentono parte e nel contempo guida, sostenuti, in questo difficile percorso, dall’esempio e dalle parole del Vescovo Mons. Giuseppe Sismondo, la cui figura è sempre presente, quanto meno in sottofondo, in tutte le narrazioni. Per quanto concerne l’alta valle del Magra, occorre fare riferimento al Vicariato di Montelungo e, nello specifico, alle narrazioni riportate nel Libro Cronistorico della Parrocchia di S. Lorenzo Martire di Cargalla (redatto da Don Paolo Necchi), nel Liber Chronucus di Gravagna S. Rocco (redatto da Don Carlo Paolini) e nel Liber Chronicus di Valdantena (redatto da Don Giuseppe Gaverini). Attraverso i tre Libri è possibile trarre ampie notizie sulle vicende accadute in tutto il territorio, ove il periodo dell’occupazione nazifascista fu vissuto con gravi timori dalla popolazione, vuoi perché l’area era attraversata da vie importanti per il passaggio degli eserciti, vuoi per la presenza di formazioni partigiane. Ulteriori notizie possono, poi, essere tratte dalla lettura dei libri cronistorici delle restanti parrocchie della Diocesi, rette da sacerdoti originari dell’Alta Valle del Magra o, comunque, lì ampiamente noti per avervi svolto il loro servizio pastorale (in particolare le tragiche morti di Don Alberto Battilocchi e di Don Michele Rabino).

Franchi, Giacomo – Lallai, Mariano, Da Luni a Massa Carrara – Pontremoli, Modena – Massa, 2000

Si tratta di un’opera poderosa, attualmente completata solo per la prima parte, ma consistente già in tre volumi, dei quali il terzo di indici. Gli autori si sono prefissi di tracciare la storia che ha condotto dalla antica diocesi di Luni alla attuale suddivisione ecclesiastica delle province di Massa Carrara e La Spezia, oltre che di alcune aree (quella della Garfagnana, in particolare) estranee a queste province, ma per diversi secoli ad esse accomunate per storia religiosa. Il primo volume, dopo una sintetica definizione dei confini della antica Diocesi ed un rapido excursus sulle vicende che hanno portato alla situazione attuale, propone un ampio capitolo dedicato alle biografie dei Vescovi di Luni, Luni – Sarzana, Luni – Sarzana – Bugnato, Luni, ossia La Spezia – Sarzana, della Spezia e Sarzana ed, infine, della Spezia – Sarzana – Bugnato, da S. Basilio a Bassano Staffieri, fino a qualche settimana fa Vescovo della Diocesi ligure. Segue, poi, un’ampia presentazione della situazione più antica, quando il territorio era suddiviso facendo riferimento alle Pievi ed alle loro dipendenze, ma non tralasciando le parrocchie, i monasteri e gli xenodochi dipendenti da altri Enti ecclesiastici o direttamente dal Vescovo. Il secondo volume propone, invece, la situazione della Diocesi nel XVII e nel XVIII Secolo, quando alle Pievi si sostituiscono i Vicariati, perm giungere alla situazione attuale. L’opera, che, per alcuni aspetti, riprende, ampliandola quella, basilare, di Geo Pistarino (Le pievi della Diocesi di Luni), è corredata da tabelle riassuntive, da una vasta bibliografia, da un ricco apparato di note. Per quanto concerne il territorio dell’Alta Valle del Magra ci propone una quantità notevole di notizie di grande interesse, offrendoci la possibilità di tracciare, a grandi linee, la storia degli insediamenti religiosi nell’area che va da Montelungo a Cavezzana d’Antena e Cargalla (per molti anni unite), a Gravagna, a Valdantena ed a Pracchiola, con riferimenti agli ospedali di Piellaburga, di Cerreto Grosso e, più famoso, di Montelungo, senza tralasciare i tanti oratori presenti nel passato ed oggi in buona parte scomparsi.

Stopani, Renato, La Via Francigena, Firenze, 2007

L’opera, giunta alla settima ristampa, è un interessante saggio sull’antico itinerario che, percorrendo anche la Lunigiana, collegava Roma e l’Italia all’Europa continentale. Una strada percorsa da pellegrini, mercanti ed eserciti e che aveva in Monte Bardone (cioè nell’attuale passo della Cisa) uno dei nodi fondamentali. La lettura dell’opera consente a chi ha conoscenza del territorio specifico, delle sue strade e della sua storia, di inserirli correttamente nel contesto, più ampio, delle comunicazioni e delle vicende europee. I riferimenti alla valle del Magra e, nello specifico a Pontremoli, al Passo della Cisa, a Montelungo, sono frequenti, a testimonianza di quanto quei luoghi, oggi in parte tagliati fuori dalle grandi vie di transito, fossero per tutto il Medio Evo (ma anche per i secoli successivi) delle tappe irrinunciabili per chi dalla Padania Centro-Occidentale (cioè dalla “Lombardia”) volesse passare in terra toscana e, di qui, dirigersi verso Roma. Sicuramente importanti ed apprezzabili anche l’apparato delle note, ricco di riferimenti a documenti ed autori, e le tavole, che consentono una visione grafica d’insieme di un sistema viario, comunque sopravvissuto fino agli inizi del sec. XX.


Romiti, Enrico, Conte Grande terza classe,

E’ un volumetto di 116 pagine, il cui Autore, oggi emigrato in Uruguay, è originario di Cargalla. Interessante per le suggestioni del ricordo, per il linguaggio (frequenti i vocaboli che rimandano al dialetto del paese lasciato nel 1935), per il senso di appartenenza all’Italia ed alla Lunigiana che traspira da tutto il testo (un misto di prosa e versi), assieme all’orgoglio di chi, partito con la valigia di cartone, col sacrificio personale, ha fatto strada (questo, scrive Romiti è anche “un omaggio all’Uruguay, poiché senza il suo Liceo Notturno e senza la sua Università pubblici e gratuiti” il libro “non potrebbe essere stato scritto né in italiano, né in spagnolo”). Interessanti i capitoli dedicati alla figura di Don Paolo Necchi (“io non sono sicuro, perché Don Paolo certamente era più furbo di me, ma credo che non mi sbaglio se dico che quella mattina, a Cargalla, un Prete e un ragazzo piansero insieme”), all’arrivo in terra sudamericana il 25 ottobre 1935, alla nostalgia delle canzoni popolari, al ritorno, come turista, a Molinello e Cargalla (e la constatazione delle “tante cose che non stavano più come prima”), all’attenzione sincera verso la cultura e la storia di un’Italia di certo sostituita da una nuova patria, ma assai presente e viva nell’intimo dell’Autore.

Tassi. Mino, Pagine pontremolesi, Pontremoli, s.d.,

L’opera, oggi difficoltosamente rinvenibile nella sua completezza, venne pubblicata fra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio degli Anni Sessanta dello scorso secolo presso la Tipografia Artigianelli di Pontremoli ed è divisa in tre volumi. Il primo tratta il periodo fra il luglio e l’ottobre 1943, il secondo narra gli avvenimenti dall’ottobre 1943 al luglio 1944 ed il terzo, il più corposo, va dall’agosto 1944 all’aprile 1945, cioè alla fine del II conflitto mondiale. L’Autore, che fu uno dei Comandanti partigiani che operarono nell’Alta Lunigiana (era attivo sotto lo pseudonimo di Bixio, nell’ambito delle Brigate Beretta della Divisione Cisa) propone un diario personale, narrando in prima persona fatti e circostanze che, assieme ad altri, lo videro protagonista prima dell’opposizione al fascismo e, quindi, della Resistenza. In particolare il terzo volume si fa più interessante per i riferimenti locali, essendo “Bixio” sfollato a Casalina assieme alla famiglia. Frequentissimi, quindi, i riferimenti alla lotta partigiana ed alla vita delle popolazioni nel territorio di Valdantena, Pracchiola, Cargalla, Gravagna, Montelungo e lungo gli assi viari della Cisa e del Cirone. L’opera, quando venne pubblicata, destò non poche polemiche, al punto che il Tassi fu costretto a ritirarla dalle librerie ed a redigerne un’edizione abbreviata ad un solo volume. Erano, quelli della pubblicazione, anni in cui erano ancora aperte e doloranti le ferite della lotta intestina non solo fra fascisti e tedeschi da una parte e partigiani ed alleati dall’altra, ma anche fra le diverse formazioni partigiane e, talora, nell’ambito delle stesse bande. La narrazione che l’A. ci presenta dei fatti, spesso infarcita da una discreta dose di retorica, dà, però, il senso di un impegno forte, che gli veniva dall’essere stato combattente della prima guerra mondiale ed antifascista convinto fin da tempi non sospetti. Un quadro di parte, quindi, ma interessante e che consente di aggiungere importanti tasselli alle notizie che anche da altre fonti abbiamo su un periodo assai duro per Valdantena e dintorni e che meriterebbe di essere riscritto prima che troppe testimonianze abbiano a perdersi definitivamente.

Vecchi, Eliana M., Una collecta nella Diocesi di Luni ed un inedito Estimo del Secolo XIV, in Giornale Storico della Lunigiana e del Territorio Lucense, N.S., anni XLIX – LI (1998-2000)

L’articolo, in appendice, propone la trascrizione di un Registro cartaceo conservato presso l’Archivio Capitolare Lunense di Sarzana in cui vengono citate le parrocchie di Pracchiola e Valdantena (identificata come Cappella de Fraese) e gli Hospitali di Malatica e Piellaborga e di Cerreto Grosso. E, così, possibile individuare ulteriori dati sul territorio di nostro interesse, in quanto si fa riferimento alla Collecta indetta il 21 dicembre 1346 da papa Clemente VI e promossa in Tuscia (regione cui all’epoca faceva riferimento la Diocesi di Luni). Le parrocchie e gli Hospitali suddetti, così come il Rettore di Pracchiola, sono segnalati perché ancora in parte o in tutto insolventi. Ovviamente, essendo indicate soltanto le insolvenze, non è possibile trarre notizie sulle altre parrocchie e/o realtà ecclesiali del territorio, che, pur esistenti, potevano o aver assolto completamente la decima, o essere ascritte fra gli enti esenti. Da notare la ripetizione, fra i morosi, dei rettori degli Ospedali di Malatica e di Piellaborga, che dovrebbero coincidere. Interessante, in particolare, l’inserimento in un più vasto quadro storico dell’Estimo quattrocentesco, che propone un’ampia e dettagliata descrizione dell’organizzazione della Diocesi di Luni, delle modalità di raccolta delle decime e delle problematiche connesse all’esazione delle medesime nei Secoli XIII e XIV.

Zucchi Castellini, Nicola, Pontremoli dalle origini all’Unità d’Italia, Pontremoli, 1976

Anche se sono scarsi i riferimenti diretti all’area di specifico interesse di questo sito, si tratta di un’opera la cui consultazione è necessaria per chiunque si interessi di storia locale di Pontremoli e della Lunigiana. L’Autore propone un excursus nello stesso tempo agile e ricco di notizie sulle vicende pontremolese, soffermandosi in particolare sul periodo successivo a quello trattato da Giovanni Sforza, le cui Memorie e documenti per servire alla storia di Pontremoli si interrompevano col finire del Sec. XV. Edita in occasione del ventennale dell’Associazione “Amici del Campanone” di Milano, l’opera dello Zucchi Castellini ha il pregio di inquadrare la storia locale nella grande storia. E così vi troviamo frequenti menzioni a personaggi importanti, a re, papi, condottieri (quelli che, per intenderci, troviamo ampiamente citati nei manuali di storia), a testimonianza di quanto la Val di Magra sia stata centrale nelle vicende nazionali ed europee dei secoli passati. E così questi grandi personaggi ce li possiamo immaginare, con i loro eserciti, i loro cortei percorrere le strade di Valdantena, di Gravagna, di Montelungo, così come facevano i pellegrini, i mercanti, i “cavaléri”, i cercatori di conoscenza che si muovevano lungo tutti gli itinerari lunigianese che corrispondono alla secolare “via francigena” o “romea” che dir si voglia.