27 novembre 2014

La Resistenza a Rossano fra entusiasmi e difficoltà nella Vallata in fiamme del Magg. Gordon Lett



“La Vallata quella mattina offriva un panorama meraviglioso, incredibilmente piena di pace. Uno straniero avrebbe potuto dire che la guerra con i suoi mali per essa non esistesse, e che i suoi abitanti non vi pensassero per nulla. Solamente, quando si veniva a conoscere a fondo la sua popolazione, si vedeva lo stato di continuo timore in cui vivevano: paura che pattuglie fasciste o tedesche giungessero da un momento all'altro per prendere ogni loro avere e costringere i loro uomini alla deportazione in Germania; paura che le pattuglie di Carabinieri al servizio della nuova Repubblica facessero una delle solite visite nella Vallata per raccogliere tasse o per cercare i disertori dell'esercito di Mussolini”.
Fu questa, settanta anni fa, proprio in questi giorni novembrini, la prima impressione che il capitano Lewis Ross ebbe appena giunto nei luoghi che sarebbero stati per oltre un anno e mezzo il teatro del suo impegno nella guerra di Liberazione italiana. Fuggito da un campo di internamento presso Piacenza, il capitano Ross, inglese catturato in Africa e fattovi prigioniero, era fuggito attraverso le montagne all'8 settembre e, con l'aiuto della popolazione dell'Appennino, stava tentando di raggiungere un luogo dove ricongiungersi con i suoi compatrioti. Ma non gli fu possibile.
È facile comprendere che dietro lo pseudonimo Lewis Ross si nasconda il maggiore Gordon Lett, comandante del Battaglione Internazionale della 4ª Zona Operativa: Luigi è il nome di battaglia che egli si era scelto e Ross altro non è  se non un chiaro rimando a Rossano di Zeri, la Vallata che lo accolse senza mai tradirlo per tutti i lunghi mesi della Resistenza e che pagò la sua fedeltà con gli incendi, le devastazioni, i saccheggi da parte dei nazifascisti.
“Vallata in fiamme” era uscito per i tipi degli Artigianelli di Pontremoli nel 1949. Alla stesura della versione italiana avevano collaborato i bolognesi Alfredo Rizzardi (per la traduzione dall'inglese) e Claudio Scala (le carte topografiche), il poeta parmense prof. Attilio Bertolucci, “Astrale” (cioè don Marco Mori), il cap. Bruno Necchi (l'indimenticato Pasquin, che curò la pubblicazione del libro e la correzione delle bozze). Il volume ebbe indubbio successo, ma fu anche fonte di aspre polemiche. Lett non lesina critiche, anche dure, ai politicanti che, in vista della Liberazione, cercavano già allora di indirizzare la Resistenza ai loro interessi di potere, vertendone a loro vantaggio i valori. Così, in sottofondo, si leggono i fatti meno nobili della vicenda, dall'assassinio di Facio agli scontri per l'accaparramento dei lanci e tutto il resto. Dall'altra parte il Battaglione Internazionale, altre formazioni partigiane e soprattutto la gente, col suo silenzioso eroismo (lo stesso attestato dal monumento che si incontra sulla strada fra Rossano ed Arzelato, in Pradalinara).
Ora “Vallata in fiamme”, per lunghi anni introvabile, è ritornata nelle librerie. Una lettura appassionante, da correlare all'altra opera del Maggiore Lett, Rossano, uscita per la ELI di Milano nel 1953, opera più “politicamente corretta”, dove le polemiche di Vallata in fiamme, pur velate, lasciano spazio ad una narrazione indubbiamente più fredda. Entrambe le opere sono ritornate disponibili grazie all'intelligente intraprendenza di un libraio pontremolese, Paolo Savi, che le ha edite in forma anastatica, mantenendone lo stesso stile grafico, che, anch'esso, dà il senso di un tempo soltanto apparentemente lontano. Due volumi fra loro  complementari, da rileggere con attenzione, anche per cogliere, come scriveva “Il Corriere della Sera” nel 1958, quel senso di umanità che aveva fatto nascere “fra i due paesi […] un'amicizia profonda e senza retorica”. 
Nella foto: il monumento, a Pradalinara, che ricorda la presenza e il ruolo del Battaglione Internazionale nella Vallata di Rossano.
(da Il Corriere Apuano, n. 44 del 22 novembre 2014)

29 maggio 2014

Attorno a Casalina, nell'antica Fraise, era il castagno a fornire la maggior parte del reddito

Nell'Estimo del 1508 la Valdantena, a differenza da altre zone del Pontremolese identificate con toponimi collettivi, è suddivisa in base ai singoli nuclei abitati dell'omonima comunità, al cui centro Casalina ospitava la cappella e, poi. dal XVI secolo, la parrocchiale. Per il Campi questa chiesa era stata costruita addirittura nel 558 (il cronista Villani cita il 567 per l'edificazione della chiesa di S. Matteo de valle Anthenae), dopo che il Nord della Lunigiana era stato fortificato, nel 261, dagli Apuani, là ritiratisi quando i Germani scesero dalla valle Padana in Toscana. Sono notizie prive di fondamento: prima della metà del XIII Secolo non si trovano, infatti, dati certi, ma si hanno soltanto illazioni correlate al ruolo di Valdantena (o meglio: Fraise) negli importanti tracciati viari che la attraversavano.
Il toponimo Fraise (oggi completamente scomparso) rimanda a Valdantena o, più specificamente, a Casalina); è attestato nella prima Decima Bonifaciana, che, nel 1296/97, cita la cappella di Flayse (o de Fraise), dipendente dalla Pieve di Urceola-Saliceto, L’identificazione fra Valdantena e Flayse/Fraise/Faisio, proposta da Cavalieri, è supportata anche da un “Consolatus de Frasio”, incaricato (così gli Statuti di Pontremoli) della manutenzione della strada verso Bosco di Corniglio, nonché dalla “Cappella de Antena et Fraese” citata nell’Estimo della Diocesi di Luni del 1470-71. Per di più, gli stessi Statuti, allorché individuano i compensi per i “correrii Communis”, pongono, “Faisio” “in tertijs Villis”, come “Cauezana de Anthena, Montelongo, Groppotalosio, Versola”.
A Casalina - il toponimo è frequente nel Pontremolese e rimanda (così il Lexicon del Du Cange) ad un “locus ubi Casæ ædificatæ fuerunt, aut ædificari possunt” - l'Estimo attesta la presenza di 14 fuochi fiscali, dei quali 13 proprietari di case. C'erano, quindi, 14 famiglie possidenti beni immobili o correlati all'agricoltura. A costituire la loro valutazione complessiva (1.198 lire e 4 soldi) concorrevano le 13 domus (ogni casa 40 lire, indipendentemente dalle sue caratteristiche quantitative e qualitative, valeva 40 lire), 183 appezzamenti di terra (670 lire e 10 soldi) e 42 animali, di cui 40 capi di proprietà di 5 famiglie residenti nel paese e 2 appartenenti a residenti altrove e affidati a Giovanni fu Matteo Capeleti. I 40 capi di bestiame erano 38 fra pecore e capre e 2 vacche, il tutto stimato 7 lire e 14 soldi.
Il reddito dei terreni, il cui valore medio era di poco superiore alle 3 lire e 13 soldi, derivava per il 63,5% dagli 89 appezzamenti posti nelle pertinenze del paese. La restante quota proveniva da terre ubicate presso Groppodalosio (15,7%), Previdè (8,4%), Versola (6,9%), Toplecca (2,8), Logarghena (1,6%) e Pracchiola (1,2%). Si trattava, quindi, di proprietà localizzate nell'alta valle del Magra e, tranne i 7 terreni presso Pracchiola, nella parrocchia di Valdantena. Quanto alla destinazione agricola dei terreni appartenenti alla gente di Casalina, il 34,66% del reddito veniva dai castagneti. Seguivano seminativi (28,92%), prati (14,89%), vigneti (6,74%), orti (5,09%), canapaie (4,02%) e terreni alberati (3,56%, per lo più noceti). Percentuali minori erano quelle di incolti (1,01%), oliveti (0,45%), querceti (0,34%), cerreti (0,26%) e vigneti coltivati a pergola (0,07%). Non segnalati boschi, probabilmente beni comuni.
Quanto alle famiglie si notano gli Uggeri (Ser Giovanni fu Bartolomeo e Giovanni Maria fu Antonio de Raygafulcis), i Bondiei (probabilmente venuti da Gravagna) e i Tavaroni. Il più facoltoso era Giacomino fu Pietro di Bernardino, accreditato di una stima di ben 349 lire e 3 soldi (il 29,13% del totale), che possedeva terreni (per lo più seminativi, castagneti e prati) a Casalina, Groppodalosio, Previdè, Versola e Logarghena. Sopra le 100 lire c'erano i fratelli Bartolomeo ed Antonio Tavaroni; tutti gli altri erano censiti per stime variabili fra le 4 lire e mezza di Pedrone fu Lorenzo de Rino e le 70 lire e 15 soldi degli eredi di Bernardo fu Giovanni Pietro.
Attorno a Casalina c'erano terre appartenenti a fuochi di Groppodalosio (27), Versola (24), Previdè (12), Toplecca (4), Pontremoli ed Arzengio (3), Pracchiola (2) e Cavezzana d'Antena (1). In totale, nell'area di pertinenza del paese erano censite 273 particelle su 89 famiglie, a testimonianza di quel frazionamento della proprietà agraria che già allora caratterizzava il territorio pontremolese. Il grafico evidenzia, infine, le differenze fra il reddito prodotto dai terreni di Casalina ed il loro numero, suddivisi per colture, e, per un raffronto, (anche se i dati sono ancora parziali) il valore dei terreni nel vasto territorio pontremolese. (da Il Corriere Apuano, n. 21/2014, p. 3)


(notizie tratte, oltre che da documenti custoditi presso la Sezione di Pontremoli dell’Archivio di Stato di Massa, dalle opere di G. PISTARINO (Le pievi della Diocesi di Luni, la Spezia-Bordighera, 1961), G. FRANCHI – M. LALLAI (Da Luni a Massa Carrara – Pontremoli, Modena – Massa, 2000), N. ZUCCHI CASTELLINI (Cronache pontremolesi del Cinquecento, Parma, 1980), G. SFORZA (Memorie e documenti per servire alla storia di Pontremoli, Lucca-Firenze, 1887); E. CAVALIERI (Per la storia della Pieve di Saliceto, in Il Corriere Apuano, 1934.1935), B. CAMPI (Memorie storiche della Città di Pontremoli, Pontremoli, 1975); Pontremuli Statutorum ac Decretorum Volumen (Parma, 1571), C. DU CANGE (Glossarium mediae et infimae latinitatis, Niort, 1883-87)

25 febbraio 2014

Nagli Estimi pontremolesi del 1508 a Scorcetoli, attorno alla cappella di S. Andrea, soltanto cinque fuochi possedevano terreni



Il territorio pontremolese, nel 1508, comprendeva anche la porzione del comune di Filattiera a nord del torrente Caprio: una delle zone a maggiore produttività agricola di tutto il vasto comprensorio e, per questo, oggetto delle attenzioni economiche dei benestanti, per lo più residenti nel Borgo di Pontremoli, che ivi possedevano ampi appezzamenti di terra, talvolta veri e propri poderi, con caxe, caxamenta o cassine in appezzamenti, il cui reddito si rivela, attraverso l'Estimo, assai più elevato della media.
Di questa parte, quella attorno agli abitati di Scorcetoli, Ponticello, Canale e Monteluscio costituiva un'unica pertinenza, il Basso Caprio, per lo più pianeggiante o di bassa collina, delimitata a nord da Pontremoli, ad Ovest dal letto del Magra, a Sud dalla parte terminale del torrente Caprio, e, verso l'Appennino, ad Est, da Caprio alto, Serravalle, Dobbiana e Ceretoli.
Il funzionario della comunità incaricato di stimare i beni correlati all'agricoltura, nel procedere alla loro valutazione, si mosse lungo un itinerario facilmente individuabile attraverso il succedersi delle stime riferite ai proprietari delle ville. La prima che egli toccò nella parte del suo percorso rendicontata nel volume, che, conservato nella sezione pontremolese dell'Archivio di Stato di Massa, è identificato come Estimo del 1508 – Ponticello (vol. 8°), fu Scorcetoli. Di lì, restando in quella parte di territorio oggi filattierese, procedette alla stima dei beni degli abitanti degli altri paesi del Basso Caprio; raggiunse, quindi, l'attuale borgo di Caprio (Summum Caprium), e, poi, Serravalle ed i vari nuclei abitati che compongono Dobbiana.
Poi, lungo l'antica strada che portava verso la Lombardia, passò a Ceretoli e ad Arzengio; quindi, valicato il passo della Crocetta, entrò nella Valdantena, procedendo, nell'ordine, alla valutazione dei beni della gente di Toplecca, Versola, Casalina, Previdè e Groppodalosio.
Alla villa di Scorcetoli sono riservate le prime pagine (carte) dell'ottavo volume dell'Estimo del 1508. È immediata la percezione dell'esiguo numero di fuochi censiti: soltanto 5 famiglie possedevano beni correlati all'agricoltura. La stima complessiva ammontava a 376 lire e 14 soldi, di cui 200 lire derivavano dalla proprietà delle case (come sempre valutate tutte forfettariamente 40 lire), 176 lire e 5 soldi da quella di 42 appezzamenti di terra e 9 soldi da altrettante pecore che, pur di un abitante di Scorcetoli, erano affidate a Rinaldino Coduri di Caprio.
Il fuoco (cioè il nucleo familiare) con il reddito più elevato era quello di Silvestro fu Aldrovando fu Pagano (Pagani), con 109 lire e 10 soldi, derivanti dalla proprietà di 10 terreni (69 lire e 10 soldi) e della casa di abitazione. I suoi terreni erano prevalentemente censiti come seminativi (51,08%), vigneti, di cui buona parte tenuti a pergola (25,90%) ed oliveti (8,63%).
Quanto ai terreni di proprietà di tutti i fuochi di Scorcetoli, la stragrande maggioranza (36 appezzamenti, pari al 95,5% della stima) si trovava nelle immediate vicinanze del paese e, comunque, in pertinentiis Imi Caprii. Pochi gli appezzamenti altrove: uno era presso Pieve di Saliceto e cinque presso Torrano. Le colture vedevano prevalere il seminativo (44,73%), seguito dai vigneti (25,76%, in buona parte a pergola) e dagli oliveti (9,46%). Minore importanza nella costituzione del reddito avevano i prati (6,62%), i castagneti (5,96%) ed i terreni alberati (4,49%). Valori residuali erano riferiti a orti (1,56%), querceti (0,71%), boschi (0,57%) ed incolti (0,14%).
Ma Scorcetoli aveva davvero dimensioni così minuscole? L'Estimo ci offre notizie esclusivamente sui proprietari di beni correlati ad agricoltura e allevamento. È, quindi, impossibile, attraverso questo strumento, risalire ad un censimento della popolazione, che doveva – viste le caratteristiche economiche del luogo – comprendere anche famiglie di coloni che traevano il loro reddito dalla coltivazione dei terreni appartenenti ad abitanti di Pontremoli o di altre ville, oltre a quanti prestavano servizi a chi percorreva la strada che, verso Sud, immetteva nei territori malaspiniani.
Il paese, considerato come villa e raccolto attorno alla cappella di S. Andrea, doveva avere, infatti, una ben maggiore importanza, soprattutto correlata alla viabilità che vedeva, poco distante, un importante ponte sul Caprio, presso il quale si trovava anche l'oratorio di S. Maria Maddalena.
A attestare le origini di Scorcetoli sono diverse citazioni. Se i cronisti, le cui testimonianze, spesso fantasiose, le fanno risalire a tempi eccessivamente remoti (il Villani fa risalire la chiesa di S. Andrea a Villa Quercetoli addirittura al 456 ed a ben undici anni prima la realizzazione in muratura del vicino ponte sul Caprio!), è comunque accertata l'esistenza del toponimo nel 1062, quando, in un documento riguardante l'oratorio di S. Bartolomeo de donnicato (dipendente dal monastero di S. Venerio del Tino), si legge di un abate Albizzo che concedeva a livello ai chierici Azzo ed Oddo, figli di Burda, “de loco ubi dicitur Scorcitulo”, un appezzamento “in loco ubi dicitur Donnicato”.
Quanto alla cappella di S. Andrea, essa, costruita attorno alla metà del XV secolo, è citata fra le istituzioni ecclesiastiche appartenenti alla Pieve di S. Stefano di Filattiera nel secondo Estimo della Diocesi di Luni (1470-1471). La vicina cappella di S. Maria Maddalena subì gli effetti disastrosi dell'alluvione del 13 settembre 1517, quando il transito sulla via che da Pontremoli conduceva verso il mare venne interrotto in loc. al Zago per il crollo del ponte sul Caprio. In quell'occasione venne distrutto dalla furia delle acque anche l'ospedale, cui la cappella era annessa. L'oratorio verrà ricostruito attorno al 1600, mentre il ponte sarà reso di nuovo agibile soltanto molti anni dopo, nel 1765, a testimonianza dell'essere venuta meno l'importanza della strada che seguiva il corso del Magra, peraltro da sempre insicura ed anche, nei secoli, più volte teatro di drammatici fatti di sangue. (da Il Corriere Apuano, n. 7 del 15 febbraio 2014, p. 3)
(le notizie sono tratte, oltre che dall’analisi di documenti custoditi presso la Sezione di Pontremoli dell’Archivio di Stato di Massa, dalle opere di: G. PISTARINO (Le pievi della Diocesi di Luni, la Spezia-Bordighera, 1961), G. FRANCHI – M. LALLAI (Da Luni a Massa Carrara – Pontremoli, Modena – Massa, 2000), P. FERRARI (Studi di storia lunigianese, Pontremoli, 1985), N. ZUCCHI CASTELLINI (Cronache pontremolesi del Cinquecento, Parma, 1980), G. SFORZA (Memorie e documenti per servire alla storia di Pontremoli, Lucca-Firenze, 1887); B. CAMPI (Memorie storiche della Città di Pontremoli, Pontremoli, 1975); Pontremuli Statutorum ac Decretorum Volumen (Parma, 1571)

2 gennaio 2013

Pracchiola nel 1508: tra castagneti e pascoli ai piedi del Cirone

 L'Estimo pontremolese del 1508, registrava la presenza a Pracchiola di 26 fuochi fiscali, con una valutazione complessiva di 1.940 lire ed una media di poco più di 74 lire e mezza cadauno. Soltanto uno di questi (Joannes Matheus quondam Jacobi Orioli), superava le 300 lire di valore stimato1, ed altri 4 proprietari si attestavano nella fascia superiore alle 100 lire2.
Delle famiglie censite 22 (l’84,62%) erano proprietarie di una casa, della quale, però, non è possibile definire le caratteristiche, poiché ad ognuna di queste veniva attribuito comunque il valore di 40 lire.

Il reddito complessivo dei terreni di proprietà degli abitanti di Pracchiola ammontava a 1.035 lire e 10 soldi (la media superava di poco le 39 lire e mezza) e tutti i fuochi disponevano di qualche appezzamento, con la sola eccezione di Costantino fu Franceschino olim Joanis Picinini.
La quasi totalità dei 391 appezzamenti di terra posseduti dai pracchiolesi, erano situati presso il paese. Al di fuori di quest’area c'erano soltanto terreni in zone direttamente confinanti o comunque assai vicine. Presso Groppodalosio c'erano sette terreni: 4 castagneti per 20 lire e 5 soldi, un vigneto associato ad orto per due lire, un canapaio per 2 lire ed un castagneto associato a seminativo per una lira e 10 soldi. Presso Casalina i terreni erano due: un orto ed un castagneto, entrambi valutati una lira. L’unico terreno posto presso Previdè era un seminativo valutato 5 lire. In sintesi, i pracchiolesi possedevano il 97,01% delle loro terre nelle adiacenze del paese ove risiedevano. Per il resto, il 2,32% era nelle pertinenze di Groppodalosio, lo 0,48% presso Previdè e lo 0,19% presso Casalina.
Quanto alla destinazione agricola dei terreni di proprietà degli abitanti del paese, il castagneto con il 34,76% ed il prato con il 21,44% occupavano complessivamente oltre la metà delle terre. A seguire c’erano i seminativi (17,86%), i vigneti (l’8,32%), i boschi di cerro (5,95%), gli orti (4,10%), i canapai (3,03%), le terre con presenza di alberi di frutto, soprattutto noci (2,91%) ed, infine, gli incolti (1,63%).
L’Estimo del 1508 dà anche conto della presenza di un solo mulino, posto in località le Moline (proprio alla confluenza dei fra il Magra ed il Rio che scende da Frattamara) e di proprietà del più facoltoso dei residenti di Pracchiola, cioè Giovanni Matteo fu Giacomo Orioli. Il mulino, valutato soltanto 10 lire era dotato di di una macina e di apposito bedale.
Quanto alla pastorizia, il bestiame forniva a Pracchiola un reddito3 complessivo di 14 lire e 10 soldi (lo 0,75% del reddito totale e l’1,62% del reddito prodotto dall’insieme delle attività agricole e pastorali). A gestire secondo diverso titolo animali (in proprietà o in affidamento da terzi) erano i titolari di 15 dei 26 fuochi fiscali censiti nel paese (il 52,69%), che traevano dalla pastorizia meno dell’1% del loro reddito. Il patrimonio animale era costituito da dieci vacche e da settantaquattro fra pecore e capre.
Dall'analisi dei fuochi fiscali emergono anche alcune considerazioni interessanti sulla composizione della popolazione. Oltre alla presenza di alcuni cognomi che si ritroveranno negli anni seguenti (Armanini, Pegorarii, Picinini, Orioli, Ricci ed Uggeri), c'è quella di immigrati. A Pracchiola nel 1508 c’erano cinque fuochi (il 19,23% del totale) per i quali il compilatore dell’Estimo segnalava una provenienza legata ad un insediamento che non doveva datare da molto tempo. Martino  quondam Joannis Petri Anselmi proveniva da Groppodalosio, Bernardino quondam Joannis Antonii olim Bertoni Schiareti veniva da Gravagna, Bernardo quondam Laurentii era segnalato come proveniente de Rino, Bertone quondam Joannis veniva da Barcola e Perinus quondam Gulielmini Odi dalla Valmozzola.

1 Estimo 1508, Val d’Antena e Pracchiola, presso Archivio di Stato di Massa, Sez. di Pontremoli, vol. 3, cc. 2 r./v. e 3 r.
2 Bertone quondam Joannis de Barcula habitatoris Prachiolae (Estimo 1508, vol. III, c. 15 r./v.) con 172 lire e 10 soldi, degli eredi quondam Bertoni olim Antonii Panelli (cc. 6 v. e 7 r.) con 108 lire e 6 soldi, di Giovanni Maria quondam Bertoni (c. 3 v.) con 114 lire e di  Michele quondam Gasparini olim Donini (c. 10 r.) con 103 lire ed un soldo.

3 Il reddito prodotto dagli animali posseduti ed allevati direttamente è di una lira per ogni bovino e suino e di due soldi per ogni ovino o alveare. Lo stesso reddito viene diviso a metà fra il proprietario e il conduttore qualora l’animale sia affidato a terzi perché venga allevato.

19 febbraio 2012

Il terremoto del 1834 a Valdantena

“Poco innanzi le ore 2 ½ pomeridiane udisi un orrendo fragore, e tosto una violenta urtata scosse la terra dal basso in alto, per modo che parve questa doversi aprire: continuò il moto ondulatorio da NO a SE per dodici minuti secondi e que' miseri abitanti furono trabalzati con le case loro in varia direzione”. Così scriveva Gerolamo Gargiolli1 sul terremoto che, il 14 febbraio 1834 sconvolse l'alta Lunigiana. La scossa, che era stata di 5,64 gradi Richter2, poco più importante di quella che ha colpito la provincia a fine gennaio 2012, era venuta in una giornata “velata di caligine cenerognola” in cui “a quando a quando si rendeva ai viventi difficile la respirazione per l'aria grave e soffocante”, con “l'atmosfera piena di elettricismo”: una di quelle giornate in cui si sarebbe detto che “oggi c'è l'aria da terremoto”.
A Pontremoli, nonostante la grande paura per il crollo di una volta del Conservatorio di S. Jacopo d'Altopascio3, ove erano a scuola una cinquantina di ragazze che si salvarono fortunosamente, non si piansero vittime. Ben diversa fu la situazione soprattutto nella valle del Verde, dove alcune persone “rimasero a un tempo e schiacciate e sepolte” e gravi furono i danni, con “villaggi poco meno che annichilati: Bratto, Braja, Guinadi, Cavezzana d'Antena, Groppo d'Alosio, Succisa e Valdantena”, che “patirono una crudele devastazione”.
A Casalina a fare le spese del terremoto furono anche la chiesa e la canonica, che – così annota don Romualdo Bernardoni nel Liber chronicus conservato presso la sezione pontremolese dell'Archivio Diocesano - “quasi ridotte a perfetto lustro, e al decente decoro dopo dieci anni di lavoro fra l’una e l’altra (…) convenne per duro e fatale subitaneo accidente vedersi col pericolo di perdere ogni veduta, e trovarsi ad un tratto ai Regni bui subissare ogni cosa da orribile scossa di terremoto seguita alle ore due e mezza pomeridiane nel giorno 14 febbraio 1834, il primo venerdì di Quaresima”.
Fu un “frangente lugubre”, protrattosi fino a tutto aprile 1835 con scosse d'assestamento fattesi “sentire nel nostro suolo più di mille volte senza esagerazione, e come io stesso ne ho avvertito le loro pulsazioni, il fatale, però, e più formidabile fu il primo che seguì nel sucennato giorno”, quando “fu per sussulto per ondulazione, ed in ultimo per inclinazione, e durò per tutto il suo quassamento fino a trenta minuti secondi o forse più”: “la Chiesa, e Canonica, come pure la maggior parte delle case di questi Abitanti di Valdantena ebbero il fatale crollo”. Don Bernardoni elenca i danni: “Il Campanile cadde al suolo dalla parte superiore dei cornicioni, cioè tutta la sua pergamena ed il resto del torso rimase nello strapiombo di un braccio e più (...). La facciata, a cui il medesimo campanile sta inerente, si distaccò dal volto alla misura di mezzo palmo, ed il volto medesimo fece vedere uno spacco da settentrione a mezzodì della larghezza di un palmo. La soglia della porta rimase in tre pezzi, (...). Il pavimento nuovo si abbassò più di tre dita. Si ruppe il palo di ferro della catena sopra il pulpito e s’inclinò il pilastro, assieme colla facciata a mezzogiorno (...). Cadde un pezzo dell’arco maestro del coro assieme al castello, e nella sua caduta ruppe ancora la Balaustra di marmo in più pezzi. Apparvero nelle facciate del Coro quattro aperture, cioè due orizzontali, una a settentrione, e l’altra a mezzodì, della larghezza di quattro dita dal tetto alle fondamenta, e due perpendicolari nella parete tergale dallo stesso Coro alla direzione delle due nicchie della larghezza simile ed altezza. Il Cupolino del Coro, quello che non cadde, rimase tutto sfracellato. In ogni sua parte, per dire tutto in una parola, la Chiesa rimase tritta.”. E la canonica, edificata da soli dieci anni, non se la passò meglio: “Dall’enorme urto sofferto dalla scossa della Chiesa, a cui di facciata è appoggiata detta Canonica, si inclinò allo strapiombo di due dita circa; caddero vari pezzi dei volti d’incanicciate per ciascheduna stanza del quartiere superiore, e insieme gli archi degli usci, ossia antiporti, s’infransero tutti i pavimenti. Cadde la chiave dell’architrave della porta, si ruppe la soglia ed in tutta la sua estensione fece vedere aperte per parte dei spacchi assai vistosi”. Al parroco non restò che rifugiarsi “per quindici giorni, ed altrettante notti in casa mia paterna innesprimibilmente atterito”.
A quel danno si pose rimedio, ma “il 7 settembre 1920 prima delle ore otto una forte scossa di terremoto danneggiò gravemente la chiesa e meno gravemente la canonica e molte altre case della parrocchia”. Toccò all'allora parroco don Luigi Rosa attivarsi per restaurare una chiesa ove anche oggi i problemi non mancano. (nella foto: gli archi che sostenevano il passaggio dalla canonica al campanile. Questo, distrutto dal terremoto del 1920, è stato costruito ex novo là dove ora si trova)
1G. G., Descrizione del Terremoto di Pontremoli in febbraio 1834, in Annali Universali di Statistica, vol. XL (Milano, 1834), pp. 81 sgg. La narrazione, siglata G.G. (si tratta di Girolamo Gargiolli), prende le mosse da una richiesta della Redazione degli Annali che induce l'autore ad “andar rimembrando le patrie calamità”, partendo dalla considerazione che nel ventennio precedente la gente di Lunigiana era stata travagliata da molteplici calamità: “or dalla carestia e dal contagio, or dal ghiaccio degli alberi, ed or dal fuoco di essi”, per giungere alla “crisi più spaventosa della natura: il terremoto”
2STUCCHI et alii, 2007- DBMI04: database delle osservazioni macrosismiche dei terremoti italiani utilizzate per la compilazione del catalogo parametrico CPTI04 in Quaderni di Geofisica, I, Vol. 49, pp. 38 sgg
3È l'edificio che attualmente occupa l'Istituto Tecnico “Paolo Belmesseri”

26 marzo 2008

Un primo sguardo su Pracchiola


Pracchiola, frazione del Comune di Pontremoli, si trova a m. 672 s.l.m., sulla sinistra del Fiume Magra, poco sopra al luogo in cui a questo si uniscono le acque del Rio di Boalenza, che scende dal Monte Orsaro (m. 1831). Paese caratteristico per l’architettura rurale [1], lega la sua storia all’antica strada che da Pontremoli, lungo il tracciato Arzengio - Toplecca Superiore – Casalina – Groppodalosio – Pracchiola – Passo del Cirone, collegava la Toscana con la “Lombardia”, cioè con la Pianura Padana.

Lungo la stessa strada, poco sotto il Passo, a m. 984 s.l.m., si trovava uno xenodochio, gestito dai Monaci di Altopascio, in località oggi detta “Ospedaletto” (“Sdalét”, nel dialetto locale), individuato negli antichi documenti come “Hospitale de Piellaburga” o “de Pitaborga” o “de Mallaticchia”. Di questa antica struttura restano oggi pochissimi resti, assai rimaneggiati nel corso dei secoli, a testimoniare l’esistenza del luogo di ricovero posto dopo gli Scaléri (cioè una ripida salita caratterizzata da gradoni per facilitare l’ascesa agli uomini ed agli animali da soma) e sotto i Magresi (cioè le sorgenti del Magra) in un pianoro di modeste dimensioni, prima che la strada si inerpichi verso il Passo con un ultimo tratto in ripida salita.

Oggi ridotta a poche decine di abitanti [2], a seguito di un imponente flusso migratorio, che ha condotto gran parte di coloro che vi abitavano a cercare migliori condizioni di vita soprattutto negli Stati Uniti d’America, la popolazione del paese superava, in passato, anche i duecento abitanti (erano, secondo il Repetti [3], 223 nel 1833). L’economia fino ad anni assai recenti si è basata su un’agricoltura di sussistenza (pastorizia, coltura del castagno e di cereali o patate) e – fintanto che la via del Cirone ha svolto un ruolo di discreta importanza nell’ambito degli scambi economici fra Emilia e Alta Toscana – sulle attività connesse ai movimenti di persone e cose lungo la predetta strada.

Di questi collegamenti con la viabilità possono essere testimonianze indirette anche alcuni toponimi, quali le numerose “grotte dei Sarasin” o i nomi di alcune località che richiamano probabili insediamenti barbarici come Borgognone e Marmagna, due cime dell’Appennino di cui Pracchiola occupa i contrafforti ed i cui toponimi Pier Maria Conti fa risalire alle calate ed al successivo insediamento dei Burgundioni e dei Marcomanni [4].

Un’ulteriore testimonianza indiretta del rapporto con la viabilità la possiamo trarre dalla tradizione popolare, ricca di ricordi, confusi, ma indicativi, di lutti, razzie ed epidemie disastrose provocate dai ripetuti passaggi di truppe straniere, sempre avide di vuotare le pur misere cantine e dispense dei terrorizzati montanari, preoccupati di cercare, in simili contingenze, un rifugio sicuro per sé e per le proprie cose [5]. Ma ben più dirette e probanti sono le informazioni che ci vengono dagli Statuti di Pontremoli [6] con le loro prescrizioni spesso riferite anche direttamente alla Via di Bosco o della Scala.


[1] Così lo descrive, nel 1966, Giovanni Bortolotti: “è il tipico antico paese, abbarbicato alla montagna, sorto attorno ad una strada battuta sottopassante le case con archivolti, dalla quale si diramano stretti vivoli, colle case coi tetti di lavagna, quasi sepolte in mezzo ai folti castagneti. L’esposizione del paese non è molto felice, chiuso tra i monti, ed un suo possibile sviluppo non potrà aversi che sul vicino costone, a N.E., meglio esposto e con più ampia visuale sulla valle del Magra” (G. Bortolotti, Guida dell’Alto Appennino Parmense e Lunigianese dal Passo del Lagastrello alla Cisa, Bologna, 1966).

[2] Il 21 ottobre 2001, in occasione del 14° censimento, a Pracchiola sono stati contati 27 abitanti, 14 maschi e 13 femmine, suddivisi in 16 nuclei familiari. Gli edifici censiti erano 55 e le abitazioni 44. (ISTAT, Popolazione residente e abitazioni nelle province italiane. 14° Censimento generale della popolazione e delle abitazioni – Massa Carrara, Roma, 2005)

[3] E. Repetti, Dizionario Geografico Fisico della Toscana, Firenze, 1841 (Vol. IV)

[4] P. M. Conti, Luni nell’Alto Medio Evo, Padova, 1967, pp. 59-60

[5] I vecchi di Pracchiola tramandavano, con un senso di arcano timore, il passaggio di non ben identificati Alemàn, che avevano messo a soqquadro il paese e requisito diversi capi di bestiame. Sono tradizioni assai vaghe, ma che rispettano una realtà vissuta e sofferta da quelle popolazioni.

[6] Statuti di Pontremoli, Parma, 1571.