26 marzo 2008

Un primo sguardo su Pracchiola


Pracchiola, frazione del Comune di Pontremoli, si trova a m. 672 s.l.m., sulla sinistra del Fiume Magra, poco sopra al luogo in cui a questo si uniscono le acque del Rio di Boalenza, che scende dal Monte Orsaro (m. 1831). Paese caratteristico per l’architettura rurale [1], lega la sua storia all’antica strada che da Pontremoli, lungo il tracciato Arzengio - Toplecca Superiore – Casalina – Groppodalosio – Pracchiola – Passo del Cirone, collegava la Toscana con la “Lombardia”, cioè con la Pianura Padana.

Lungo la stessa strada, poco sotto il Passo, a m. 984 s.l.m., si trovava uno xenodochio, gestito dai Monaci di Altopascio, in località oggi detta “Ospedaletto” (“Sdalét”, nel dialetto locale), individuato negli antichi documenti come “Hospitale de Piellaburga” o de Pitaborga” o “de Mallaticchia”. Di questa antica struttura restano oggi pochissimi resti, assai rimaneggiati nel corso dei secoli, a testimoniare l’esistenza del luogo di ricovero posto dopo gli Scaléri (cioè una ripida salita caratterizzata da gradoni per facilitare l’ascesa agli uomini ed agli animali da soma) e sotto i Magresi (cioè le sorgenti del Magra) in un pianoro di modeste dimensioni, prima che la strada si inerpichi verso il Passo con un ultimo tratto in ripida salita.

Oggi ridotta a poche decine di abitanti [2], a seguito di un imponente flusso migratorio, che ha condotto gran parte di coloro che vi abitavano a cercare migliori condizioni di vita soprattutto negli Stati Uniti d’America, la popolazione del paese superava, in passato, anche i duecento abitanti (erano, secondo il Repetti [3], 223 nel 1833). L’economia fino ad anni assai recenti si è basata su un’agricoltura di sussistenza (pastorizia, coltura del castagno e di cereali o patate) e – fintanto che la via del Cirone ha svolto un ruolo di discreta importanza nell’ambito degli scambi economici fra Emilia e Alta Toscana – sulle attività connesse ai movimenti di persone e cose lungo la predetta strada.

Di questi collegamenti con la viabilità possono essere testimonianze indirette anche alcuni toponimi, quali le numerose “grotte dei Sarasin” o i nomi di alcune località che richiamano probabili insediamenti barbarici come Borgognone e Marmagna, due cime dell’Appennino di cui Pracchiola occupa i contrafforti ed i cui toponimi Pier Maria Conti fa risalire alle calate ed al successivo insediamento dei Burgundioni e dei Marcomanni [4].

Un’ulteriore testimonianza indiretta del rapporto con la viabilità la possiamo trarre dalla tradizione popolare, ricca di ricordi, confusi, ma indicativi, di lutti, razzie ed epidemie disastrose provocate dai ripetuti passaggi di truppe straniere, sempre avide di vuotare le pur misere cantine e dispense dei terrorizzati montanari, preoccupati di cercare, in simili contingenze, un rifugio sicuro per sé e per le proprie cose [5]. Ma ben più dirette e probanti sono le informazioni che ci vengono dagli Statuti di Pontremoli [6] con le loro prescrizioni spesso riferite anche direttamente alla Via di Bosco o della Scala.


[1] Così lo descrive, nel 1966, Giovanni Bortolotti: “è il tipico antico paese, abbarbicato alla montagna, sorto attorno ad una strada battuta sottopassante le case con archivolti, dalla quale si diramano stretti vivoli, colle case coi tetti di lavagna, quasi sepolte in mezzo ai folti castagneti. L’esposizione del paese non è molto felice, chiuso tra i monti, ed un suo possibile sviluppo non potrà aversi che sul vicino costone, a N.E., meglio esposto e con più ampia visuale sulla valle del Magra” (G. Bortolotti, Guida dell’Alto Appennino Parmense e Lunigianese dal Passo del Lagastrello alla Cisa, Bologna, 1966).

[2] Il 21 ottobre 2001, in occasione del 14° censimento, a Pracchiola sono stati contati 27 abitanti, 14 maschi e 13 femmine, suddivisi in 16 nuclei familiari. Gli edifici censiti erano 55 e le abitazioni 44. (ISTAT, Popolazione residente e abitazioni nelle province italiane. 14° Censimento generale della popolazione e delle abitazioni – Massa Carrara, Roma, 2005)

[3] E. Repetti, Dizionario Geografico Fisico della Toscana, Firenze, 1841 (Vol. IV)

[4] P. M. Conti, Luni nell’Alto Medio Evo, Padova, 1967, pp. 59-60

[5] I vecchi di Pracchiola tramandavano, con un senso di arcano timore, il passaggio di non ben identificati Alemàn, che avevano messo a soqquadro il paese e requisito diversi capi di bestiame. Sono tradizioni assai vaghe, ma che rispettano una realtà vissuta e sofferta da quelle popolazioni.

[6] Statuti di Pontremoli, Parma, 1571.

10 marzo 2008

Chi ha ricordato questi paesi....

Questo post è un cantiere aperto, nel quale, di volta in volta, tramite aggiornamenti successivi, proporrò alcuni riferimenti bibliografici, con una breve sintesi degli argomenti trattati nei testi, comunque relativi all’area di interesse di questo blog. Quella di oggi è la versione "otto (23 aprile 2008).

Campi, Antonio, Memorie storiche della Città di Pontremoli, Pontremoli, 1975

Bernardino Campi (1656 – 1716) fu uno dei cronisti pontremolesi di maggiore importanza. Le sue “Memorie Historiche di Pontremoli” sono sicuramente una delle fonti più interessanti per la ricostruzione della storia locale, che dal cronista, soprattutto per i secoli successivi al Trecento, viene spesso ampiamente inserita nel più vasto contesto degli eventi nazionali ed internazionali. Il Campi, che nei primi capitoli dà credito alla leggenda di Apua, non rifugge dal vezzo degli antichi cronisti, secondo i quali l’antichità delle origini di una città ne decreta il valore e la nobiltà. Pertanto anticipa assai i primi avvenimenti di una presunta storia pontremolese, dando apparente dignità storica a fatti da lui riferiti ai primi secoli dell’Era Cristiana, incorrendo, conseguentemente, in errori che oggi possono apparire quasi puerili. Ben diverso, invece, si fa lo spessore storico delle notizie che egli ci riporta col procedere della narrazione, quando le vicende si fanno più certe ed alle notazioni correlate alla storia politica ed amministrativa del territorio se ne associano tantissime altre, che ci danno conto di passaggi di eserciti, di epidemie, di carestie, di terremoti, di fenomeni meteorologici destinati a segnare la vita della popolazione. Significativa è, infatti, l’attenzione che il cappuccino pontremolese dà alle vicende della gente comune, quella che in maniera più diretta soffre o trae vantaggi dalla calata degli eserciti, frequentemente ospitati nei paesi del territorio. Sono frequentissime le citazioni di eventi che hanno direttamente interessato i paesi dell’alto bacino del Magra, spesso correlati alla viabilità (Cisa e Cirone) ed ai rapporti fra Toscana e “Lombardia”. Il volume è l’edizione a stampa, curata da Luciano e Mauro Bertocchi, Vasco Bianchi e Nicola Zucchi Castellini, del manoscritto posseduto dalla famiglia Zucchi Castellini, integrato con aggiunte e varianti tratte dal manoscritto “Bocconi” conservato nella Biblioteca del Seminario Vescovile di Pontremoli.

Cavalli, Ennia, Il più antico manoscritto delle visite pastorali della Diocesi di Luni, in Giornale Storico della Lunigiana e del Territorio Lucense, N.S., anni XVIII-XX, 1967-1969

La pubblicazione, apparsa su tre volumi consecutivi della Rivista dell’Istituto Internazionale di Studi Liguri negli anni 1967-1969, propone il regesto e la trascrizione del volume cartaceo, conservato presso il Seminario Vescovile Lunense di Sarzana, contenente la descrizione della diocesi di Luni in occasione della Visita pastorale del Cardinale Benedetto Lomellini, Vescovo di Luni dal settembre 1565 al marzo 1572. Dopo un’attenta descrizione (il fascicolo, le filigrane, le varie mani che hanno compilato le “schede” riferite alle singole parrocchie e le ipotesi correlate alla descrizione del territorio diocesano all’indomani del Concilio di Trento) delle 234 carte che costituiscono il volume, l’Autrice propone una sintetica biografia del Card. Lomellini ed un’analisi delle metodologie secondo le quali la Visita venne compiuta. Segue l’accurata trascrizione delle carte. Per quanto concerne l’area di nostro interesse, vengono proposti gli esiti della visita compiuta alle parrocchie di Montelungo (14 maggio 1568: rettore don Pietro Travaglino della cui “vita, costumi e abito ne siamo restati bene soddisfatti”), Gravagna (visitata sempre il 14 maggio, il cui “capelano è don Marcho Ugerio” e dove si trova “la croce di legno assai bella”, ma la sacrestia “mal condizionata” e il cimitero da “resserare”), Cavezzana d’Antena e Cargalla (a quel tempo ancora unite con parroco Don Orsino da Vico e con la struttura delle chiese e le suppellettili sacre da sistemare), Valdantena (rettore don Silvestro Ugerii, con gli altari laterali sotto il giuspatronato “de li Scacalosso” e con i cimiteri per i quali doveva essere fatto entro due mesi il “serraglio” “perché in una parte sono aperti”) e Pracchiola (visitata il 15 maggio, retta da Don “Francesco Lesoni da Topelicca”, chiesa dove “non vi tenghino il santo sacramento dell’Eucarestia per essere poveri”).

Diaferia, Marco, 1943 – 1945: Pontremoli, una diocesi italiana tra Toscana, Liguria ed Emilia attraverso i libri cronistorici parrocchiali, Pontremoli, 1995

L’Autore ha condotto una pregevole indagine, che lo ha portato a verificare i libri cronistorici delle parrocchie della allora Diocesi di Pontremoli per tracciare, attraverso lo studio di fonti dirette, un ampio panorama degli effetti in Lunigiana del secondo conflitto mondiale, in particolare del periodo intercorso fra l’armistizio dell’8 settembre 1943 e la resa dell’esercito tedesco. Attraverso il racconto che i parroci hanno lasciato sui libri cronistorici, i fatti, proposti nella loro immediatezza o ricostruiti a posteriori, subito dopo la fine delle ostilità, è possibile cogliere non solo lo svolgersi degli eventi, ma anche la posizione dei singoli sacerdoti nei confronti del fascismo, del tedesco occupante e dei partigiani. In primo piano, restano, sempre e comunque le popolazioni, delle quali i parroci si sentono parte e nel contempo guida, sostenuti, in questo difficile percorso, dall’esempio e dalle parole del Vescovo Mons. Giuseppe Sismondo, la cui figura è sempre presente, quanto meno in sottofondo, in tutte le narrazioni. Per quanto concerne l’alta valle del Magra, occorre fare riferimento al Vicariato di Montelungo e, nello specifico, alle narrazioni riportate nel Libro Cronistorico della Parrocchia di S. Lorenzo Martire di Cargalla (redatto da Don Paolo Necchi), nel Liber Chronucus di Gravagna S. Rocco (redatto da Don Carlo Paolini) e nel Liber Chronicus di Valdantena (redatto da Don Giuseppe Gaverini). Attraverso i tre Libri è possibile trarre ampie notizie sulle vicende accadute in tutto il territorio, ove il periodo dell’occupazione nazifascista fu vissuto con gravi timori dalla popolazione, vuoi perché l’area era attraversata da vie importanti per il passaggio degli eserciti, vuoi per la presenza di formazioni partigiane. Ulteriori notizie possono, poi, essere tratte dalla lettura dei libri cronistorici delle restanti parrocchie della Diocesi, rette da sacerdoti originari dell’Alta Valle del Magra o, comunque, lì ampiamente noti per avervi svolto il loro servizio pastorale (in particolare le tragiche morti di Don Alberto Battilocchi e di Don Michele Rabino).

Franchi, Giacomo – Lallai, Mariano, Da Luni a Massa Carrara – Pontremoli, Modena – Massa, 2000

Si tratta di un’opera poderosa, attualmente completata solo per la prima parte, ma consistente già in tre volumi, dei quali il terzo di indici. Gli autori si sono prefissi di tracciare la storia che ha condotto dalla antica diocesi di Luni alla attuale suddivisione ecclesiastica delle province di Massa Carrara e La Spezia, oltre che di alcune aree (quella della Garfagnana, in particolare) estranee a queste province, ma per diversi secoli ad esse accomunate per storia religiosa. Il primo volume, dopo una sintetica definizione dei confini della antica Diocesi ed un rapido excursus sulle vicende che hanno portato alla situazione attuale, propone un ampio capitolo dedicato alle biografie dei Vescovi di Luni, Luni – Sarzana, Luni – Sarzana – Bugnato, Luni, ossia La Spezia – Sarzana, della Spezia e Sarzana ed, infine, della Spezia – Sarzana – Bugnato, da S. Basilio a Bassano Staffieri, fino a qualche settimana fa Vescovo della Diocesi ligure. Segue, poi, un’ampia presentazione della situazione più antica, quando il territorio era suddiviso facendo riferimento alle Pievi ed alle loro dipendenze, ma non tralasciando le parrocchie, i monasteri e gli xenodochi dipendenti da altri Enti ecclesiastici o direttamente dal Vescovo. Il secondo volume propone, invece, la situazione della Diocesi nel XVII e nel XVIII Secolo, quando alle Pievi si sostituiscono i Vicariati, perm giungere alla situazione attuale. L’opera, che, per alcuni aspetti, riprende, ampliandola quella, basilare, di Geo Pistarino (Le pievi della Diocesi di Luni), è corredata da tabelle riassuntive, da una vasta bibliografia, da un ricco apparato di note. Per quanto concerne il territorio dell’Alta Valle del Magra ci propone una quantità notevole di notizie di grande interesse, offrendoci la possibilità di tracciare, a grandi linee, la storia degli insediamenti religiosi nell’area che va da Montelungo a Cavezzana d’Antena e Cargalla (per molti anni unite), a Gravagna, a Valdantena ed a Pracchiola, con riferimenti agli ospedali di Piellaburga, di Cerreto Grosso e, più famoso, di Montelungo, senza tralasciare i tanti oratori presenti nel passato ed oggi in buona parte scomparsi.

Stopani, Renato, La Via Francigena, Firenze, 2007

L’opera, giunta alla settima ristampa, è un interessante saggio sull’antico itinerario che, percorrendo anche la Lunigiana, collegava Roma e l’Italia all’Europa continentale. Una strada percorsa da pellegrini, mercanti ed eserciti e che aveva in Monte Bardone (cioè nell’attuale passo della Cisa) uno dei nodi fondamentali. La lettura dell’opera consente a chi ha conoscenza del territorio specifico, delle sue strade e della sua storia, di inserirli correttamente nel contesto, più ampio, delle comunicazioni e delle vicende europee. I riferimenti alla valle del Magra e, nello specifico a Pontremoli, al Passo della Cisa, a Montelungo, sono frequenti, a testimonianza di quanto quei luoghi, oggi in parte tagliati fuori dalle grandi vie di transito, fossero per tutto il Medio Evo (ma anche per i secoli successivi) delle tappe irrinunciabili per chi dalla Padania Centro-Occidentale (cioè dalla “Lombardia”) volesse passare in terra toscana e, di qui, dirigersi verso Roma. Sicuramente importanti ed apprezzabili anche l’apparato delle note, ricco di riferimenti a documenti ed autori, e le tavole, che consentono una visione grafica d’insieme di un sistema viario, comunque sopravvissuto fino agli inizi del sec. XX.


Romiti, Enrico, Conte Grande terza classe,

E’ un volumetto di 116 pagine, il cui Autore, oggi emigrato in Uruguay, è originario di Cargalla. Interessante per le suggestioni del ricordo, per il linguaggio (frequenti i vocaboli che rimandano al dialetto del paese lasciato nel 1935), per il senso di appartenenza all’Italia ed alla Lunigiana che traspira da tutto il testo (un misto di prosa e versi), assieme all’orgoglio di chi, partito con la valigia di cartone, col sacrificio personale, ha fatto strada (questo, scrive Romiti è anche “un omaggio all’Uruguay, poiché senza il suo Liceo Notturno e senza la sua Università pubblici e gratuiti” il libro “non potrebbe essere stato scritto né in italiano, né in spagnolo”). Interessanti i capitoli dedicati alla figura di Don Paolo Necchi (“io non sono sicuro, perché Don Paolo certamente era più furbo di me, ma credo che non mi sbaglio se dico che quella mattina, a Cargalla, un Prete e un ragazzo piansero insieme”), all’arrivo in terra sudamericana il 25 ottobre 1935, alla nostalgia delle canzoni popolari, al ritorno, come turista, a Molinello e Cargalla (e la constatazione delle “tante cose che non stavano più come prima”), all’attenzione sincera verso la cultura e la storia di un’Italia di certo sostituita da una nuova patria, ma assai presente e viva nell’intimo dell’Autore.

Tassi. Mino, Pagine pontremolesi, Pontremoli, s.d.,

L’opera, oggi difficoltosamente rinvenibile nella sua completezza, venne pubblicata fra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio degli Anni Sessanta dello scorso secolo presso la Tipografia Artigianelli di Pontremoli ed è divisa in tre volumi. Il primo tratta il periodo fra il luglio e l’ottobre 1943, il secondo narra gli avvenimenti dall’ottobre 1943 al luglio 1944 ed il terzo, il più corposo, va dall’agosto 1944 all’aprile 1945, cioè alla fine del II conflitto mondiale. L’Autore, che fu uno dei Comandanti partigiani che operarono nell’Alta Lunigiana (era attivo sotto lo pseudonimo di Bixio, nell’ambito delle Brigate Beretta della Divisione Cisa) propone un diario personale, narrando in prima persona fatti e circostanze che, assieme ad altri, lo videro protagonista prima dell’opposizione al fascismo e, quindi, della Resistenza. In particolare il terzo volume si fa più interessante per i riferimenti locali, essendo “Bixio” sfollato a Casalina assieme alla famiglia. Frequentissimi, quindi, i riferimenti alla lotta partigiana ed alla vita delle popolazioni nel territorio di Valdantena, Pracchiola, Cargalla, Gravagna, Montelungo e lungo gli assi viari della Cisa e del Cirone. L’opera, quando venne pubblicata, destò non poche polemiche, al punto che il Tassi fu costretto a ritirarla dalle librerie ed a redigerne un’edizione abbreviata ad un solo volume. Erano, quelli della pubblicazione, anni in cui erano ancora aperte e doloranti le ferite della lotta intestina non solo fra fascisti e tedeschi da una parte e partigiani ed alleati dall’altra, ma anche fra le diverse formazioni partigiane e, talora, nell’ambito delle stesse bande. La narrazione che l’A. ci presenta dei fatti, spesso infarcita da una discreta dose di retorica, dà, però, il senso di un impegno forte, che gli veniva dall’essere stato combattente della prima guerra mondiale ed antifascista convinto fin da tempi non sospetti. Un quadro di parte, quindi, ma interessante e che consente di aggiungere importanti tasselli alle notizie che anche da altre fonti abbiamo su un periodo assai duro per Valdantena e dintorni e che meriterebbe di essere riscritto prima che troppe testimonianze abbiano a perdersi definitivamente.

Vecchi, Eliana M., Una collecta nella Diocesi di Luni ed un inedito Estimo del Secolo XIV, in Giornale Storico della Lunigiana e del Territorio Lucense, N.S., anni XLIX – LI (1998-2000)

L’articolo, in appendice, propone la trascrizione di un Registro cartaceo conservato presso l’Archivio Capitolare Lunense di Sarzana in cui vengono citate le parrocchie di Pracchiola e Valdantena (identificata come Cappella de Fraese) e gli Hospitali di Malatica e Piellaborga e di Cerreto Grosso. E, così, possibile individuare ulteriori dati sul territorio di nostro interesse, in quanto si fa riferimento alla Collecta indetta il 21 dicembre 1346 da papa Clemente VI e promossa in Tuscia (regione cui all’epoca faceva riferimento la Diocesi di Luni). Le parrocchie e gli Hospitali suddetti, così come il Rettore di Pracchiola, sono segnalati perché ancora in parte o in tutto insolventi. Ovviamente, essendo indicate soltanto le insolvenze, non è possibile trarre notizie sulle altre parrocchie e/o realtà ecclesiali del territorio, che, pur esistenti, potevano o aver assolto completamente la decima, o essere ascritte fra gli enti esenti. Da notare la ripetizione, fra i morosi, dei rettori degli Ospedali di Malatica e di Piellaborga, che dovrebbero coincidere. Interessante, in particolare, l’inserimento in un più vasto quadro storico dell’Estimo quattrocentesco, che propone un’ampia e dettagliata descrizione dell’organizzazione della Diocesi di Luni, delle modalità di raccolta delle decime e delle problematiche connesse all’esazione delle medesime nei Secoli XIII e XIV.

Zucchi Castellini, Nicola, Pontremoli dalle origini all’Unità d’Italia, Pontremoli, 1976

Anche se sono scarsi i riferimenti diretti all’area di specifico interesse di questo sito, si tratta di un’opera la cui consultazione è necessaria per chiunque si interessi di storia locale di Pontremoli e della Lunigiana. L’Autore propone un excursus nello stesso tempo agile e ricco di notizie sulle vicende pontremolese, soffermandosi in particolare sul periodo successivo a quello trattato da Giovanni Sforza, le cui Memorie e documenti per servire alla storia di Pontremoli si interrompevano col finire del Sec. XV. Edita in occasione del ventennale dell’Associazione “Amici del Campanone” di Milano, l’opera dello Zucchi Castellini ha il pregio di inquadrare la storia locale nella grande storia. E così vi troviamo frequenti menzioni a personaggi importanti, a re, papi, condottieri (quelli che, per intenderci, troviamo ampiamente citati nei manuali di storia), a testimonianza di quanto la Val di Magra sia stata centrale nelle vicende nazionali ed europee dei secoli passati. E così questi grandi personaggi ce li possiamo immaginare, con i loro eserciti, i loro cortei percorrere le strade di Valdantena, di Gravagna, di Montelungo, così come facevano i pellegrini, i mercanti, i “cavaléri”, i cercatori di conoscenza che si muovevano lungo tutti gli itinerari lunigianese che corrispondono alla secolare “via francigena” o “romea” che dir si voglia.


3 agosto 2007

Logarghena, 2 agosto 1927

Chi sale a Logarghena ha, oggi, come punto privilegiato di riferimento, il “monumento” (un tronco di marmo, che ricorda un albero spezzato) collocato proprio sul crinale, presso una cappellina con, all’interno, un'immagine della Madonna.

Quel monumento nel 2002 è stato restaurato, così come la cappellina, a cura dei familiari di quattro giovani di Valdantena che, proprio in Logarghena, agli inizi dell’agosto 1927, avevano lasciato la vita per "l'esplosione di un proiettile”.

Un fatto inspiegabile per molti, che si domandano come ciò sia potuto accadere in un luogo che non era mai prima stato teatro di guerra (lo sarebbe stato, ma quindici anni più tardi…), e che, anzi, già in quegli anni, era conosciuto come la sede di uno degli appuntamenti più amati da chi gode delle bellezze delle nostre montagne: la “Festa delle giunchiglie” fin da allora richiamava gente dalla Lunigiana, dallo Spezzino e dal Parmense..

Erano circa le 11 del 2 agosto 1927 quando un sordo boato squassò la pace di tutta la vallata. Si consumò, così, in un attimo la tragedia di quattro ragazzi. che assieme a due amici, avevano trovato in un prato, poco discosto dal luogo dove oggi sorge il monumento, un proiettile di cannone rimasto inesploso dopo che erano state effettuate in zona le esercitazioni militari del 7° Reggimento di Artiglieria da Campagna.

I soldati avevano piazzato i loro cannoni lungo la Statale della Cisa, presso il Badalucco, e da lì, nei giorni precedenti, avevano sparato su Logarghena. In quei giorni la frazione di Toplecca (da dove provenivano tre dei giovani morti; l’altro era di Casalina) era stata evacuata, ma, poi, terminata l’esercitazione, tutto era ritornato alla normalità, così che Valentino Botti Gaulli (di 23 anni), Alfredo Lisoni (di 16 anni), Giovanni Piagneri (di 13 anni) ed Attilio Romei (di 14 anni), assieme a Pietro Piagneri e Pietro Belforti; erano tornati ai loro monti, così come altri, per condurre le mucche al consueto pascolo. Il ritrovare il proiettile, il guardarlo, muoverlo e, forse, percuoterlo con la punta di un pennato per verificarne la consistenza (così testi­moniarono i due superstiti, dei quali uno, Pietro Piagneri, poi fattosi sacerdote, per moltissimi anni ogni 2 agosto si è recato in Logarghena a celebrare una S. Messa ed a pregare per ricordare i propri amici) fu un tragico gioco.

Lino Piagneri, che fu tra i primi ad accorrere assieme ad un carbonaio, che lavorava poco distante, non poté far altro che caricarsi sulle spalle il Belforti (lo stesso fece il carbonaio con Pietro Piagneri), fermarsi a lavargli le ferite e correre verso il paese. A tutti coloro che incontrava ripeteva di non correre, perché, per chi era ancora lassù, non vi era più nulla da fare. Vi erano soltanto, poco lontano, alcune ragazze che piangevano disperatamente. La morte dei quattro ragazzi era stata istantanea. I referti stilati dal Dott. Pio Bertolini, medico condono a Molinello, citano, come cause del decesso, per Valentino Botti Gaulli la “asportazione del capo”, per Alfredo Lisoni una "ferita penetrante nella regione cardiaca", per Attilio Romei una "ferita all'arco dell'aorta" e per Giovanni Piagneri "tre ferite per ­traumi nella regione cardiaca”. Il parroco di Val­dantena, don Giuseppe Gaverini, nel registro dei Morti, dove annota che il decesso era avvenuto “ob mortem improvvisam explosionis proietti causa loco Prati di Logarghena hora decima prima ante meridiem”, scrive, accanto al nome di Valentino Botti Gaulli: “Della medesima morte sono deceduti anche i tre seguenti. Strazio indicibile dai Prati di Logarghena portare al Cimitero 4 poveri giovani. Appena saputa la notizia mi sono recato sul posto, ma erano morti all’istante. Domine, dele iniquitates eorum”.

Sono trascorsi ottanta anni da quel tragico due agosto ed ormai i ricordi diretti vanno scemando. Ma ancora si sentono narrare dagli anziani di inutili raccomandazioni di prudenza ai giovani che salivano a Logarghena: “attenti a cosa trovate” (c’era stato anche un uomo che aveva cercato di fermare i sei giovani decisi a salire là dove quattro di loro avrebbero poco dopo incontrato la morte), di “miracoli” per altri fortunosamente sfuggiti ad analoga sorte “avevamo maledetto quella donna che ci aveva impedito di salire a Logarghena – era solito raccontare il componente di un altro gruppetto costretto a recedere dal salire al monte - ed invece ci accorgemmo che era stato, il suo, un intervento provvidenziale”. O, invece, la vicenda di Alfredo Lisoni che quel giorno sarebbe dovuto scendere con la mamma a Pontremoli, per il “Perdono di Assisi” e per l’acquisto di un nuovo paio di scarpe. Ma poi cambiò idea e, così, per l’ultima volta, egli salì a Logarghena.

Quando sui prati si consumò la tragedia, da pochi anni l’Italia era caduta sotto il regime fascista, l’idea di un Bel Paese da trasformare in potenza militare era forte e non poteva essere certo un deplorevole incidente a fermare il sistema. Quando, pochi giorni dopo, le esercitazioni militari ebbero termine, agli Ufficiali del Settimo Artiglieria venne offerto un sontuoso rinfresco a spese della Municipalità Pontremolese. Negli atti di quei giorni, neppure una parola su quanto era accaduto. Anzi. Non furono poche le minacce, neppure troppo velate, che vennero fatte nei confronti di un padre che chiedeva giustizia e che fu fermamente invitato a starsene calmo, per evitare guai peggiori. Ammesso che vi potessero essere guai peggiori della morte di un figlio per un pascolo lasciato privo di bonifica dopo un’esercitazione di tiro…

4 aprile 2007

"Carissimo mio Figlio": una preghiera popolare per la Settimana Santa

Alcuni mesi fa (nel novembre 2006) avevo riportato in queste pagine un ricordo di come la settimana precedente la Pasqua fosse vissuta in Valdantena negli anni fra le due guerre mondiali, quando i paesi erano ancora densamente abitati e quando la chiesa parrocchiale era il fulcro di comunità la cui identità cristiana era ben viva. Riti diversi rispetto a quelli dei giorni nostri, vissuti con una religiosità meno problematica della nostra, talora anche infarcita di un qualcosa che ci appare quasi tendente a sconfinare verso i limiti della superstizione.

Su “Studi Lunigianesi”, la bella rivista della “Manfredo Giuliani” di Villafranca in Lunigiana, era stata pubblicata, assieme alla rievocazione della “Settimana Santa in Valdantena”, anche la “preghiera” che oggi ripropongo, un dialogo fra la Vergine Maria e Gesù, che si accinge a salire sulla croce per poi, dopo essere stato “sotto terra come il buon frumento”, ripresentarsi agli uomini, nella Domenica di Pasqua, “in cielo, in terra e nel Santissimo Sacramento dell'altare”.

La preghiera ha l’andamento discorsivo, tipico delle sacre rappresentazioni di origine medievale (ricorda in certi passaggi il “Pianto della Madonna” di Jacopone da Todi) ed è ricca di riferimenti alla cultura popolare, dal trionfo in Gerusalemme, alla figura del cavaliere, a quella del pellegrino (non è un caso che nei nostri monti il culto di S. Rocco fosse fra i più diffusi), alla giustizia pilatesca, alla metafora del buon frumento, che sotto la terra germoglia per rinascere e dare il pane alla gente dei campi.

Interessante è pure l’utilizzo del pronome “voi” come soggetto delle diverse forme verbali utilizzate nelle domande da entrambi gli interlocutori. Un uso, quello del voi come pronome di rispetto, rimasto, a livello residuale, fino oltre la metà del secolo scorso anche nei dialetti locali: il figlio si rivolgeva con il voi al padre, alla madre, ai nonni ed agli anziani della casa; nel componimento la seconda persona plurale del verbo è utilizzata, però, da entrambi gli interlocutori: da Gesu che con il voi si rivolge alla propria madre, ma anche da lei, che, conoscendo la grandezza soprannaturale del proprio Figlio, lo onora anche attraverso la scelta del linguaggio.

La preghiera mi era nota, ma la sua conoscenza era in certe parti sommaria e lacunosa, quasi una sorta di nebulosa che si perdeva nella lontananza dei ricordi. La ha ricostruita, invece, sulla base delle reminiscenze dei suoi nonni, Adriana Cavalieri, che la ha trascritta e me l’ha consegnata per la pubblicazione. Poi, proprio all’inizio di questa Settimana Santa, la telefonata della prof. Primavori, che la aveva letta su “Studi lunigianesi” lo scorso anno, mi ha fornito un’ulteriore notizia. Questo componimento – pressoché sconosciuto in alcune parti della Lunigiana, soprattutto nel fondovalle – era ben vivo nella montagna reggiana, dove “Carissimo mio figlio” doveva essere recitato dai fedeli tre volte al giorno per tutta la Settimana Santa. Un’altra prova, se ve ne fosse il bisogno, di quanto l’Appennino unisse le popolazioni abitanti sui suoi opposti versanti.


Carissimo mio Figlio, dove sarete il giorno della Domenica delle Palme?

Carissima mia Madre, Vergine Maria, il giorno della Domenica delle Palme entrerò trionfante in Gerusalemme.

Carissimo mio Figlio, dove sarete il giorno del Lunedì Santo?

Carissima mia Madre, Vergine Maria, il giorno del Lunedì Santo sarò vestito da cavaliere.

Carissimo mio Figlio, dove sarete il giorno del Martedì Santo?

Carissima mia Madre, Vergine Maria, il giorno del Martedì Santo sarò vestito da pellegrino.

Carissimo mio Figlio, dove sarete il giorno del Mercoledì Santo?

Carissima mia Madre, Vergine Maria, il giorno del Mercoledì Santo sarò venduto per trentatrè denari.

Carissimo mio Figlio, dove sarete il giorno del Giovedì Santo?

Carissima mia Madre, Vergine Maria, il giorno del Giovedì Santo sarò giudicato da Ponzìo Pilato.

Carissimo mio Figlio, dove sarete il giorno del Venerdì Santo?

Carissima mia Madre, Vergine Maria, il giorno del Venerdì Santo sarò sul legno della croce.

Carissimo mio Figlio, dove sarete il giorno del Sabato Santo?

Carissima mia Madre, Vergine Maria, il giorno del Sabato Santo sarò sotto terra come il buon frumento.

Carissimo mio Figlio, dove sarete il giorno della Domenica?

Carissima mia Madre, Vergine Maria, il giorno della Domenica sarò in cielo, in terra e nel Santissimo Sacramento dell'altare.

Tutti coloro che reciteranno questa mia santa preghiera e avessero più peccati che foglie in terra e pesci in mare li voglio salvare e insieme a loro anche quattro delle loro famiglie.

2 febbraio 2007

La popolazione di Valdantena nel 1841



E’ possibile individuare con certezza la consistenza demografica della parrocchia di Valdantena al 30 aprile 1841, data alla quale si riferisce lo “Stato delle anime” che l’allora Parroco, Don Romualdo Bernardoni, aveva stilato con grande diligenza.
Lo specifico Registro, conservato presso l’Archivio traslato per ragioni di opportunità presso gli Uffici della Curia diocesana di Pontremoli, dà conto di una popolazione costituita da suddivise in 671 unità suddivise in 116 nuclei familiari.
I cognomi presenti (il numero tra parentesi dopo ognuno di essi individua le famiglie con il medesimo cognome) a quella data sono Aloisi (1), Armaneti (1), Barbieri (2), Badini (3), Bernardoni (5), Beccari (1), Biondi (7), Bugari (1), Caffoni (4), Caffoni Botti (3), Caffoni Barattini (1), Catè (1), Cavalieri (2), Cecchini (1), Chistoni (4), Compiani (2), Farchioni (1), Farfarana (3), Fornari (1), Gaulli (5), Gaulli Botti (1), Larini (2), Laurenti (2), Lazzaroni (1), Lisoni (5), Lodola (1), Mazzoni (1), Micheloni (1), Orefici (3), Pasqualeti (3), Pedreti (1), Pedretti (2), Perini (4), Perini Tavaroni (3), Piagneri (2), Piagneri Camisani (1), Piagneri Seratti (1), Pometti (8), Ravera (1), Rossi (1), Sartori (2), Sartori Galletti (1), Scacalossi (3), Serrati (2), Steghezzi (1), Tavaroni (5), Tonelli (2), Tosi (1), Uggeri (1), Veroni (1), Zani (6).
Non è, però, possibile conoscere con precisione la popolazione delle singole frazioni della parrocchia. Solo per alcune famiglie, infatti, il don Bernardoni indica il paese in cui queste abitano. Sappiamo soltanto che i Gaulli vivono a Groppodalosio o a Casalina, che i Gaulli Botti sono a Casalina, che è possibile trovare dei Lisoni in Previdè, a Casalina, a Versola ed a Toplecca, che i Pedreti sono a Toplecca, mentre i Pedretti a Versola, che i Perini Tavaroni sono a Casalina, che alcune famiglie dei Pometti sono sicuramente a Versola (per altre non è indicato nulla), che i Serrati sono alla Piagna o a Versola.
L’età media della popolazione è abbastanza giovane: si colloca, infatti, fra i 27 ed i 28 anni, con un’evidente predominanza dei giovani in età inferiore ai 20 anni (quasi il 45%). Solo un individuo si colloca nella fascia 81-90 e nessuno supera i 90 anni di età. (Il grafico rappresenta la suddifisione della popolazione per fasce di età).
La distinzione per sesso vede le femmine (52,07%) prevalere di poco sui maschi (47,93%).
Per quanto riguarda lo
stato civile, fra gli ultradiciottenni, il 48,74% sono coniugati, il 38,44% sono celibi o nubili, il 10,55% sono vedovi. Il restante 2,26% è formato da sacerdoti o chierici.
Quanto alle professioni, la stragrande maggioranza è formata da addetti all’agricoltura (alcuni “lavoratori di beni propri”, altri “coloni”. Si trovano anche alcuni braccianti o lavoratori giornalieri (12), un falegname, due osti, due calzolai (dei quali il primo definito “di poca industria” ed il secondo sottoposto a tutela per eccessiva prodigalità), quattro sarti (dei quali uno definito indigente), tre “caporali” o “capoccia” fornaciai” (cioè in grado di gestire una fornace per la produzione di calce), un “vagabondo”, un “maestro muratore”, un magnano (cioè uno stagnino, ma anch’egli definito “di poca industria”), un boscaiolo. Sono numerose anche le persone poste a servizio presso altre famiglie: si tratta, in genere di ragazzi e ragazze al di sotto dei 16 anni. La percentuale di famiglie definite indigenti è molto alta (si approssima al 50%).

2 gennaio 2007

Una classe un po' numerosa.......

Siamo a Versola, negli anni attorno al 1920. La fotografia ritrae una classe di scuola elementare: al centro la maestra, attorniata dai suoi studenti, ben 57, tutti ragazzi delle frazioni di Versola e Toplecca. La datazione della fotografia è resa possibile dalla presenza di due bambini, il primo a sinistra in basso ed il primo, sempre a sinistra, della quarta fila. Si tratta di Giovanni Piagneri e di Alfredo Lisoni, che pochi anni dopo moriranno, il 2 agosto 1927, in Logarghena, assieme a due amici - altri due rimasero feriti gravemente - per lo scoppio di un proiettile lassù rimasto inesploso dopo alcune esercitazioni militari. Alla data della loro morte Alfredo Lisoni aveva sedici anni e Giovanni Piagneri quattordici.
Fra i tanti bambini, oltre ai due già citati, alcuni sono riconoscibili: Pietro e Rino Serati, Umberto Zani, Amedeo Pasqualetti, Cleto, Francesco, Sabina, Angelica e Maria Piagneri, Maria Lisoni, Ada Gaulli, Emma e Luigi Piagneri Serati, Albina ed Amelia Bertocchi, Gelsomina Farfarana, Mario Lisoni, Angelo Caffoni.
Sono interessanti alcuni dettagli, fra i quali la chiodatura delle scarpe messa in bella evidenza dalle bambine e dai bambini in prima fila, la foggia degli abiti (ci sono tre bambine - una in prima, l'altra in seconda e l'ultima in terza fila - che indossano abiti confezionati con lo stesso tessuto), la diversità dell'età (si trattava sicuramente di una pluriclasse (prima, seconda e terza elementare), ma occorre aggiungere che in quegli anni non erano pochi coloro che ripetevano classi nelle elementari, dal momento che il tempo della scuola era quello che rimaneva dal lavoro dei campi, dal quale nessuno, all'interno della famiglia, poteva essere esentato.
Un'ultima notazione: il numero dei bambini era alto certamente, ma le disposizioni consentivano classi fino a cento studenti...

27 novembre 2006

La Settimana Santa in Valdantena

Presentiamo un ricordo relativo ad un momento significativo dell'anno liturgico, la Settimana Santa, così come questa era vissuta negli anni Trenta-Quaranta del secolo scorso. Questo contributo è stato pubblicato sul numero 2006 della rivista "Studi lunigianesi", edita dall'Associazione Culturale per le ricerche storiche ed etnografiche sulla Lunigiana "Manfredo Giuliani". La rivista, pubblicata da diversi anni, ed il Museo Etnografico di Villafranca Lunigiana rivestono un ruolo di grande importanza per chi intende avvicinarsi allo studio del territorio lunigianese, della sua storia e delle sue tradizioni.


Già durante la Quaresima, nelle famiglie ci si preparava per i riti cristiani della Settimana Santa e della Pasqua. La parrocchia di Valdantena è alquanto disagiata per la distanza che vi è fra alcuni paesi e la chiesa; nonostante questo la partecipazione alla Via Crucis era molto sentita, come pure alla sera, durante la recita del Rosario non si trascurava di aggiungere una preghiera per le cinque piaghe di Gesù e per i sette dolori della Madonna.
La Domenica delle Palme il Parroco bussava per tre volte alla porta della chiesa ed all’interno lo ricevevano i fedeli che lo accompagnavano all’altare con inni di gioia, acclamando “Osanna al Figlio di David” e tenendo fra le mani ramoscelli di ulivo. Con questa cerimonia si voleva ricordare l’ingresso trionfante di Gesù in Gerusalemme. Il pomeriggio della domenica dopo i Vespri e una parte del lunedì erano riservati alle confessioni e comunioni. Il Sacerdote era coadiuvato dai confratelli provenienti dalle parrocchie vicine.
Il Mercoledì in mattinata i fabbricieri preparavano il “Sepolcro” aiutati anch
e da alcune donne della parrocchia, le quali già durante la Quaresima avevano seminato in diversi vasi le veccie, il frumento e l’orzo. Quindi li lasciavano crescere al buio, affinché le piantine prendessero un colore innaturale, quasi bianco. Ai lati del Sepolcro ponevano due piante di ginepro abbellite con tante roselline di carta di vari colori. Non era ricco di tanti fiori pregiati come ai giorni attuali, ma pur sempre preparato con tanta dedizione ed amore.
Il Mercoledì pomeriggio iniziavano i riti, ai quali i fedeli erano richiamati dal suono delle campane, non ancora messe a tacere in segno di mestizia.
Al mattino del Giovedì Santo molti fedeli si recavano a Pontremoli per assistere, durante la Messa Crismale, alla consacrazione degli Oli ed al lavanda dei piedi. Vi si recava pure un fabbriciere, che prendeva in custodia le preziose ampolle con gli Oli Santi, da consegnare al Parroco. Secondo la liturgia di allora, il Giovedì iniziava la rievocazione della crocifissione e della morte di Gesù. Le campane in segno di mestizia non facevano più sentire la loro voce (venivano legate); per richiamare la gente alla chiesa veniva usata o una grossa conchiglia, soffiando nella quale si emetteva un suono che si poteva udire anche da lontano, o il “graclòn”, cioè una grossa raganella in dotazione alla parrocchia e che veniva adoperata soltanto durante la Settimana Santa.
Verso le 17.30 iniziava la funzione con il canto del Passio, per il quale i cantori si dividevano le parti. Su di un candeliere a triangolo situato vicino all’altare vi erano delle candele accese ed alla fine di ogni salmo o di una parte degli Atti degli Apostoli ne veniva spenta una. Spenta anche l’ultima si “batteva Pilato”, cioè iniziava una gran confusione - per sottolineare la condanna di Gesù e la sua crocifissione - accompagnata dal gracchiare delle raganelle (gracle), che tanti ragazzi si erano costruiti durante la Quaresima. Subito dopo il Parroco scendeva dall’altare maggiore fino al Sepolcro per deporvi l’Ostia consacrata, che lì sarebbe rimasta per tutto il Venerdì e fino alla tarda mattinata del Sabato.
Il Venerdì Santo era doveroso rispettare l’antica tradizione del digiuno e cibarsi di vivande senza carne, uova o latticini. A mezzogiorno si mangiava baccalà o verdura conditi con poco olio; alla sera la “minestra da magro”, preparata con porri, fagioli, funghi secchi e taglierini fatti in casa.
Di buon mattino ci si recava in parrocchia per la visita al Sepolcro e, per acquistare l’indulgenza, si usciva ed entrava in chiesa per sette volte ripetendo le preghiere tradizionali. Al termine della funzione religiosa ci si toglieva le scarpe e, procedendo in ginocchio, si raggiungeva l’altare per adorare una croce spoglia posta ai suoi piedi. Nello stesso giorno alcuni uomini della parrocchia, avendo indossato il camice e reggendo a vicenda una croce, si incamminavano pregando lungo le antiche strade per visitare le sette chiese della vallata: Casalina, Pracchiola, Gravagna S. Bartolomeo, Gravagna S. Rocco, Cavezzana d’Antena, Montelungo, Cargalla e - da qui - di nuovo a Casalina. Venivano chiamati “penitenti” o “battenti” e la loro non era una camminata da poco, perché percorrevano diversi chilometri. Lungo la strada si incrociavano con penitenti di altre parrocchie che facevano il cammino inverso.
Assai commovente era la funzione della sera. Tanta gente accorreva anche dai paesi vicini; come la sera prima i cantori si alternavano recitando il Passio. Spenta l’ultima candela di nuovo si “batteva Pilato”. Sopra la porta della canonica vi era un grande pulpito in legno, verso il quale era rivolta l’attenzione di tutti, in attesa del predicatore invitato per l’occasione. Quando questo aveva tenuto l’omelia con i passi salienti della Passione e Morte di Gesù, si era ormai fatto buio ed iniziava la grande processione del Venerdì Santo, con le statue del Cristo Morto e della Madonna Addolorata. Lungo il percorso della processione vi erano dei lumini accesi, ma erano suggestive soprattutto le luci delle case dei paesi vicini lasciate appositamente accese. Il chiarore delle torce, il fumo acre che queste sprigionavano, il canto del Miserere e di altre preghiere mettevano nel cuore una struggente tristezza.
Il Sabato Santo, secondo un’antica usanza, il fuoco veniva acceso sul sagrato utilizzando un acciarino. Entrati in chiesa iniziava la preparazione per la benedizione dell’Acqua Santa, che poi sarebbe rimasta a disposizione per la parrocchia e per le famiglie che l’attingevano per portarla a casa in segno di fede. Iniziava subito dopo la S. Messa ed al Gloria le campane di tutta la vallata suonavano a distesa. Il Parroco toglieva dal Sepolcro l’Ostia consacrata e la riportava processionalmente sull’altare maggiore, lasciando la porticina del tabernacolo del Sepolcro aperta. Cristo era risorto! Chi era rimasto a casa correva alla fonte per bagnarsi gli occhi. Nei vasi già predisposti si seminavano il basilico ed altre qualità di semenze. Dopo cena era la gioia dei ragazzi che con tanta cura si erano preparati un’erba speciale. Questa, essiccata e ben triturata, veniva messa in pentola assieme alle uova che, fatte bollire, riuscivano di un bel rosso brillante. Le famiglie più agiate ai figli maschi ne davano anche una decina (meno alla ragazze!), comunque non vi era famiglia nella quale al sabato sera non si provvedesse alla tradizionale tintura delle uova.
Il giorno di Pasqua, non più Passio, non più mestizia. Tutti gli altari, che nei giorni precedenti erano spogli, venivano adornati di fiori. Il Sepolcro è stato smontato. E’ primavera. Sembra che anche la natura si inchini all’esultanza della Chiesa. Il parroco indossa i paramenti più belli. La Messa è solenne.
Durante il giorno i ragazzi giocano a “cocetta” con l’avversario, litigandosi le uova che vincono battendole contro le altre dal guscio più fragile. Dopo i vespri era consuetudine recarsi nei campi a raccogliere il tenero radicchio, che a sera veniva consumato in famiglia come contorno alle uova sode.
Celide
Nella foto: Casalina, dove è la chiesa parrocchiale di Valdantena

5 novembre 2006

La famiglia Lisoni nel 1905


Nei primi anni del Secolo XX la fotografia era una cosa seria. Gli scatti non venivano assolutamente sprecati ed i ritratti di famiglia erano legati ad occasioni speciali. Negli archivi familiari non mancano immagini suggestive, spesso legate all'emigrazione oltre Oceano (ed allora ecco comparire fotogrefie con persone impettite, che fissano l'obiettivo, spesso vestite con abiti presi a nolo per l'occasione o, in qualche altro caso - più raro - intenti a svolgere il loro lavoro). In questa occasione mi piace presentare la famiglia Lisoni ritratta sulla "loggia" della casa di Toplecca Inferiore. Una foto che non avrebbe nulla di strano, se non vi fosse, anche una morta: Anna Maria Luigia Caffoni (più conosciuta come Luigia), adagiata sul letto e portata all'aperto perché potesse essere ritratta assieme ai suoi familiari in lutto.
Luigia Caffoni, nata nel 1824, era la seconda moglie di Giovanni Maria Lisoni e morì a Toplecca Inferiore il 22 aprile 1905 (è così possibile datare la fotografia). Il marito era discendente di una famiglia di Valdantena (presente, oltre che a Toplecca, anche a Versola, Casalina, Previdè e Groppodalosio nel secondo Ottocento), che con diverse vicissitudini si era trasferita nel Parmense e nel Piacentino, per poi ritornare al paese di origine. Giovanni Maria (1810-1871) si era sposato con la Caffoni (in seconde nozze, dopo essere rimasto vedovo di Veneranda Orioli) e da lei aveva avuto undici figli: Maria Maddalena Petronilla (1853-1928), Lorenzo (1857-1886), Maria Fortunata (1862-1911), Ignazio Bartolomeo (1864-1951), Ottavio (1865-1938), Colomba Assunta (1868-1955), Sante (emigrato in Cile), Giovanni Battista e Marco. Dalla prima moglie aveva avuto due figli: Vincenzo Bernardo (1843-1923) e Ferdinando (1845-1928).
Interessante notare l'atteggiamento compunto di tutta la famiglia, del tutto intonato alle caratteristiche della situazione.

7 luglio 2006

Gli anni dell'emigrazione


E' nei primi anni del Novecento che i paesi dell'alta Valle del Magra si svuotano, dapprima temporaneamente e poi in maniera definitiva. Le difficoltà economiche, che spesso si traducevano in una vita estremamente difficile per le famiglie assai numerose indussero molti giovani a scegliere la via dell'America. Se ne andarono in tanti, spesso in gruppo, alla ricerca di fortuna (talora anche per suggire alla chiamata alle armi alla vigilia della prima guerra mondiale), alcuni per fare ritorno alcuni anni dopo e comperare, con il danaro faticosamente risparmiato, una porzione di casa, un terreno, così da offrire una vita più dignitosa a se stessi ed alle loro famiglie.
Ma assai spesso accadeva che il ritorno era solo temporaneo: dopo pochi anni eccoli riprendere la via di Genova (ma il porto di imbarco è anche quello di le Havre) per una seconda o una terza puntata in "terre assai lontane" finalizzata a mettere da parte un po' di risparmi da riportare a casa assieme alle esperienze più disparate. Oppure per chiudere definitivamente la porta di casa, per affrontare le insidie dell'Oceano assieme a moglie e figli.
Gli archivi degli sbarchi al porto di New York sono ricchi di nomi di emigrati di Valdantena, Pracchiola, Cargalla, Cavezzana d'Antena e Gravagna (per citare soltanto i paesi che più direttamente ci interessano) che scendono dai bastimenti per affrontare la quarantena e poi le sfide del nuiovo mondo. Ed attraverso le carte di imbarco consultabili tramite www.ellisisland.com si ritrovano le tracce di tante storie familiari: i ricongiungimenti familiari, la chiamata degli "amici", talora veri, ma spesso semplici procacciatori di manodopera che percepivano somme di danaro per "chiamare" negli States sconosciuti che, poi, dovevano ripagare loro il servizio reso attraverso puntuali prelievi dal loro salario. Una storia che oggi si ripete, qua da noi, per persone di altre nazionalità che cercano il loro miraggio in Italia. Ed attorno a questi fatti si sviluppano mille storie che varrebbe la pena ritrovare. da quelle di chi ha ricostituito in una via o in un quartiere di new York una sorta di succursale del paese d'origine, a chi è arrivato negli USA per sentirsi dire dal parente che lo aveva "chiamato": "E adesso arrangiati...", da chi ha fatto fortuna a chi non ha resistito alle difficoltà di una lingua incomprensibile e ai morsi della nostalgia e dopo una settimana ha ripreso la via dell'Italia.
In quegli anni nasceva a New York la "Pontremolese", vera e propria società di mutuo soccorso, che si proponeva di prestare aiuto, in un mondo in cui la previdenza sociale era un termine del tutto sconosciuto, quanti subivano disavventure e rischiavano l'indigenza totale che li avrebbe resi vittime di un caporalato senza scrupoli.
Si trattava di una associazione, alla quale ognuno contribuiva con modesti versamenti, che dimostrò più volte la propria funzione sociale, soprattutto quando si trattò di rimpatriare a carico dell'Associazione gli infortunati sul lavoro (numerosi, dal momento che le occupazioni più frequenti - ed anche più ambite, perché più redditizie - erano quelle legate al lavoro in miniera).
La foto, scattata attorno al 1915, rappresenta Adolfo Lisoni di Toplecca, che assieme ad un conterraneo, è impegnato nella posa di tubature all'esterno di una miniera. Il Lisoni, rientrato in Italia, mise a frutto le esperienze maturate negli USA quando, qualche anni dopo, la frazione di Toplecca venne collegata alla rete elettrica e era lui ad avere le competenze per riattivare i primi rudimentali impianti elettrici quando questi, in molte delle abitazioni del paese, facevano le bizze.

5 giugno 2006

Una speranza di vita più che raddoppiata in un secolo


E' interessante notare come la vita media della popolazione si sia progressivamente allungata nel corso del XX Secolo, al punto che la speranza di vita di un attuale abitante di Valdantena, Pracchiola e dintorni è più che raddoppiata rispetto ad un suo conterraneo vissuto negli anni 1900-1910, cioè in un decennio peraltro non caratterizzato da situazioni particolari, quali furono, sul finire degli Anni '20, il primo conflitto mondiale e, subito dopo, l'epidemia di febbre spagnola.
E' vero che lo studio della demografia di Valdantena e degli altri paesi dell'alta Valle del Magra è in parte falsato dal progressivo allontanamento dal territorio delle fasce più giovani della popolazione, ma l'età alla morte, sul finire degli anni Novanta del secolo scorso, si viene attestando nella grande maggioranza dei casi ben oltre il settantesimo anno di età, superando frequentemente la soglia dei 90 anni. Giova ricordare che, per tutta la prima metà del XX Secolo, coloro che arrivavano ai 90 anni di età erano rarissimi e che l'età raggiungibile da chi era sfuggito all'alta mortalità infantile si attestava fra i 60 ed i 70 anni.
Nei prossimi tempi, appena superate alcune difficoltà tecniche, metterò in rete alcune tabelle riportanti - sotto forma di grafico - i dati relativi allo studio della demografia nel territorio di Valdantena (dati statistici tratti dall'analisi dei registri parrocchiali riordinati da Mauro Bertocchi ed oggi diligentemente custoditi nella Curia Vescovile di Pontremoli da Mons. Luigi Farfarana). Sono, quelli di cui ora dispongo, dati ancora provvisori, ma direi prossimi a tradursi in valori definitivi, dal momento che gli scostamenti che attualmente registro non sono più percentualmente significativi. é interessante notare come la linea di tendenza (quella in rosso) denoti una progressiva salita, a differenza di quanto accade per il secolo precedente, quando la tendenza dell'età media alla morte si traduce in una linea pressoché orizzontale. Nel contempo sto verificando se i dati si confermano tramite l'analisi dei documenti (Stato delle anime e Libro dei Morti) di parrocchie circostanti (nello specifico Pracchiola).
La mia attenzione è ora particolarmente rivolta ad alcuni fatti sui quali ritengo opportuno analisi più accurate: la mortalità riconducibile al primo e secondo conflitto mondiale, il periodo della febbre spagnola e alcune situazioni epidemiologiche (probabilmente difterite) i cui effetti davvero tragici sono riscontrabili nell'ultimo quarto del XIX Secolo. Altro aspetto da valutare con attenzione sarà poi tutto il fenomeno dell'emigrazione, sia quella verso le Americhe protrattasi fin quasi agli anni Sessanta del Novecento, sia quella verso le aree industrializzate dell'Italia e, in numeri più ridotti, verso altri paesi europei.

16 maggio 2006

Quando i monti uniscono...

La fotografia del fiume Magra, le cui acque scorrono sotto l'antico ponte (d'la Va'scura) che, fra Groppodalosio e Casalina, consentiva a chi percorreva uno dei tanti itinerari della via Francigena di oltrepassare il corso d'acqua che sorge qualche chilometro più a monte, è significativa per introdurre un territorio, la cui storia non può essere compresa se non letta con attenzione alla viabilità che lo attraversa.
Oggi la Valdantena è prossima al tracciato della A 15 della Cisa (che tocca paesi peraltro vicinissimi, sostanzialmente contigui - Montelungo, Gravagna, Cavezzana d'Antena); in passato Valdantena e Pracchiola erano attraversate da almeno due direttrici viarie che, salendo dalla Lunigiana - e, quindi, dalla Toscana e dal porto di Luni - si proiettavano verso la Pianura Padana o attraverso il passo della Cisa (la via di Monte Bardone) o attraverso quello del Cirone (la Valle del Parma). Itinerari importanti, attraverso i quali si è mossa non solo la storia della gente comune (piccoli commerci, legami culturali, ma anche epidemie e distruzioni), ma anche la storia grande, quella degli eserciti che, in un senso o nell'altro, attraversavano l'Appennino con il loro seguito di morte, di carestie, di piccoli e grandi drammi per quanti, rimasti vivi, si trovavano, passata la tempesta, a dover ricominciare tutto da capo.
Ultima di queste terribili esperienze la fase finale del secondo conflitto mondiale, quando le forze tedesche opposeronproprio sui contrafforti della Cisa, da Pontremoli a Fornovo, l'ultima inutile resistenza a quelle alleate che avanzavano da Massa. Gli ultimi bombardamenti sul territorio di Valdantena avvennero nella notte fra il 26 ed il 27 aprile 1945. Ed il giorno dopo - raccontano coloro che hanno vissuto e ricordano l'esperienza della guerra - la strada della Cisa offriva il tragico spettacolo della carneficina di ciò che restava di un esercito in rotta.

14 maggio 2006

inizio di un'impresa

Saluti a tutti.
Ho pensato di aprire questo blog per incontrare coloro che, muovendosi sulla rete, hanno qualcosa da dire sul territorio dove nasce il Magra. Sto cercandone la storia, che non è cosa da poco, e, in particolare, sto mettendo assieme le famiglie che hanno vissuto nei paesi di Valdantena e Pracchiola.
Trovo delle difficoltà nei tempi recenti, per coloro che hanno dovuto lasciare il paese per recarsi in altre zone dell'Italia e - soprattutto - in Paesi esteri (Europa, Nord America e Sud America).
Se qualcuno trova questo messaggio e vuole mettersi in contatto con me, sarò lieto di scambiare con lui i dati che ci interessano.
Il mio indirizzo è argiul@alice.it, o, se preferite un sistema più tradizionale:
dr. Giulio Armanini
fraz. Toplecca inferiore, 8
54027 Pontremoli (MS)